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REPORTOPOLI Chiagni e fotti (e fattura). Dopo la nostra inchiesta esplode il caso Report

Dario Martini
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Gli inviati di Report annunciano la volontà di querelare Il Tempo. Il motivo? L’inchiesta del nostro giornale pubblicata ieri sui compensi faraonici e i costi elevati per i servizi del programma condotto da Sigfrido Ranucci, finito nella bufera nelle ultime settimane per l’attentato di fronte casa che aveva come mandante il suo grande amico Valter Lavitola. I suddetti giornalisti non ritengono che sia una notizia di interesse pubblico informare i lettori di queste spese che ogni anno la Rai deve affrontare e parlano di «cifre false sugli stipendi». Ma non si fermano qui. La volontà di imbavagliare Il Tempo, tramite querela, viene estesa a «tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate».

 

Eppure, come vedremo, quelle cifre sono esatte, dalla prima all’ultima. In cosa consisterebbe la scorrettezza? Gli inviati di Report sostengono che «le somme indicate sono scorrette e artatamente aumentate e non indicano affatto la retribuzione individuale dei singoli inviati ma il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi. I giornalisti e le giornaliste di Report hanno per la maggior parte contratti di lavoro autonomo a partita Iva con la Rai e, in base al modello prosmissione, autoproducono i propri servizi , pagando dunque di tasca propria i costi di trasferta, di montaggio e tutte le altre spese vive necessarie a condurre per mesi un’inchiesta».

 

Quindi, aggiungono, «le somme pagate per i servizi giornalistici vanno dunque solo in parte a pagare i compensi dei giornalisti, una gran parte copre le spese di produzione già sostenute dagli inviati. Grazie a questo modello produttivo, che scarica i costi vivi sui giornalisti, in questo modo li abbatte. Report è la trasmissione di approfondimento giornalistico meno costosa della prima serata Rai, con circa 150mila euro a puntata, altre nella stessa fascia e sulla stessa rete arrivano a costare il doppio».

Probabilmente, nessuno degli inviati di Report deve aver letto con attenzione l’articolo in questione e la relativa titolazione. Perché Il Tempo ha riportato esattamente ciò che loro sostengono sia assente. Nel nostro articolo, infatti, si poteva leggere: «Fonti qualificate Rai riferiscono che in tutti questi casi le somme vanno considerate lorde e comprensive di spese di produzione». Più chiaro di così.

Poco dopo è arrivato anche l’attacco anche di Ranucci, che rincara: «È grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda visto che rende pubblici i costi di produzione di punta della Rai come Report. Presenteremo denuncia anche al comitato etico e su chi in Rai abbia fornito al Tempo tale documentazione sensibile». Non male, in pratica è la caccia ad una fonte da parte dei paladini del giornalismo d’inchiesta. Oltre a quel documento definito «strategico» e «interno» quando i costi di una tv pubblica sarebbe presumibile il massimo della trasparenza.

 

Conviene ricordare, allora, che nelle tre edizioni dal ’22-’23,’23-’24 e’24-’25 di Report sono stati spesi rispettivamente 2,2 milioni, 2,5 e 2,9 milioni di euro per stipendi e costi di produzione delle inchieste dei trenta inviati. In cima alla "classifica" c’è Giorgio Mottola: 230mila euro nel 2023, 269mila nel 2024 e 303.052 euro nel 2026. Un altro esempio? Alla voce relativa a Giulia Innocenzi leggiamo la cifra di 228mila euro nel 2025. Compensi elevati, anche considerando quelle «spese vive» necessarie a portare a termine le inchieste. Basti considerare che Sergio Mattarella, percepisce un compenso annuo di 179.835,84 euro. Cifra che il capo dello Stato si è volontariamente abbassato di 60mila euro quattro anni fa.

 

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