Sono i giorni della svolta, lo sapete. Finalmente è stata riconosciuta l’innocenza di Stasi, unico condannato per il delitto di Garlasco. Sui pedali della sua bicicletta non c’erano tracce del dna di Chiara. I carabinieri del Ris di Parma, all’ordine del generale Garofano, lo sapevano dal 2007 ma hanno lasciato la perizia a smarrirsi in un cassetto. E la giustizia si è avvitata, stritolandolo, attorno all’unico sospettato che stava sulle balle a tutti: il biondino bocconiano dagli occhi di ghiaccio. Finito nel tritacarne giudiziario a 23 anni.
Sbattuto in galera per 11. Adesso affidato ai servizi sociali.
Una signora l’altro giorno si è lamentata con me che in questo paese «si fa prima a crepare di vecchiaia che a vedere un colpevole vero in galera». Ha ragione da vendere: è una giustizia canaglia, che scoraggia e annienta. E ce la dobbiamo tenere così com’è perché per fare un versaccio alla Meloni hanno affossato l’unica riforma che poteva correggere la stortura e cambiare un sistema che affida ai magistrati l’autogoverno e il compito di censurare le proprie negligenze.
Andiamoci calmi col nuovo indagato, valutiamo le prove e che siano più di uno scontrino e di una manciata di soliloqui. Ma intanto si renda a Stasi la vita che ha perduto.
Non siamo in tempo per rimediare all’errore, per restituirgli uno scampolo di prospettiva sì.
Se penso a quello che ha patito, mi vengono i brividi. Lo vedo invecchiato e smagrito e capisco che è stato un accanimento lento. Una vergogna segregare un uomo, nel pieno della giovinezza e della voglia di vivere, in una cella di pochi metri. Alberto però è stato eroico, non solo stoico. Ha portato il peso della gogna pubblica, delle ore che passavano lente, delle accuse sparate a casaccio. Ha studiato e lavorato. Si è pure laureato a pieni voti, lontano dagli affetti, dal mondo civile, dalla famiglia che ama, da suo padre che nel frattempo è morto di disperazione perché la sofferenza di un figlio leva il respiro e prosciuga l’anima. Quando l’ho incontrato a pranzo, un giorno di qualche anno fa, ho visto una persona composta nel suo dolore. Aveva parole d’amore per Chiara e mai un’invettiva per i suoi accusatori. Ai miti non serve urlare. Bastano pensieri puliti e azioni, che siano buone.
Dicono che sia la mia vittoria, questa indagine bis, perché non ho mai creduto che fosse Stasi l’assassino di Chiara. Non cerco vittorie. Voglio solo giustizia e ragione, e non quella che si dà ai matti ma il pensiero razionale che formula giudizi e connette secondo logica. Fui il primo a sostenere l’innocenza di Stasi mentre le indagini procedevano a casaccio. Compresi che non c’era nulla che potesse accusarlo. Non mi diedero ascolto. Misero insieme i sassolini di argilla, e a forza di insistere costruirono un castello.
Era fragilissimo ma saziava il gregge affamato.
Davano a Stasi le colpe di tutto.
Non prove, ma suggestioni: le scarpe pulite pur avendo camminato sul luogo del delitto (anche i medici e i carabinieri non si erano sporcati!); i pedali della bicicletta che conservavano forse il plasma di Chiara (tesi oggi ribaltata dalla perizia misteriosamente occultata); le tracce di lui sul sapone del bagno (era il fidanzato della vittima, normale che si lavasse le mani in quella casa). Non piacque neppure la sua telefonata al 118 la mattina del delitto, troppo fredda e distaccata.
E poi quella faccenda dei video porno nel pc, come se non ci fossero milioni di italiani che si dilettano in quelle visioni dopo aver cenato con la famiglia o pregato Dio per il pane ricevuto.
La tesi balzana era che si fosse recato nella casa di lei, l’avesse massacrata nel modo brutale che conosciamo, e fosse tornato a studiare e vergare contenuti raffinati e logici come se nulla fosse accaduto.
Risultato: tre sentenze. Le prime due di assoluzione in assenza di prove. Una terza, la cassazione, chiede di rivedere l’appello, ribalta il giudizio di due corti, e finisce come sapete. Nel 2015, a sentenza di terzo grado caduta come una mannaia sul collo di Alberto, mi permisi, non per iattanza ma per le ragioni che oggi vedo accettate da (quasi)tutti, di giudicare come condanna di un innocente la scelta della suprema Corte: «Suprema ingiustizia».
In tutto questo le televisioni e i mass media hanno avuto il ruolo di comprimari. Hanno montato il palco, acceso le luci, messo a punto la regia. Il caso Garlasco. Pareva un film. Uscito ed entrato dalle aule del tribunale e da quelle dell’auditel, con gli autori (e attori?) stretti tra le due fazioni e il pubblico imbesuito dalla messinscena, non della cronaca ma cronica. Vorrei visitare Garlasco per sapere come vive un paese imbrigliato nel caso giudiziario più scandaloso degli ultimi vent’anni. Mi chiedo se ci sia anche lì una divisione per bande rivali o se si riesca a vivere un solo giorno senza che il nome di Chiara affiori in un racconto da bar o scateni una scazzottata verbale nei conciliaboli del dopo messa.
Vorrei anche che fosse chiaro un punto. Si è garantisti sempre. Coi Ris e col nuovo indagato. Aprire le porte di un carcere a un innocente ingiustamente detenuto per 11 anni non vuole dire richiuderle il minuto dopo alle spalle di un altro indagato contro cui al momento non sento prove vere. Invece vedo già la bava alla bocca. Oggi mettono in discussione il Ris - giusto, dovranno davvero spiegare cosa è accaduto nel 2007, depistaggio o errore grossolano? Domani busseranno alla porta di Sempio. Ma uno vale uno.
Ciò che è stato fatto sulla pelle di Alberto non deve ripetersi con un altro.
A Stasi consiglierei di andarsene il più lontano possibile dai riflettori.
Ricostruirsi una vita altrove. C’è il rischio che finita la vicenda (la revisione del processo potrebbe essere chiesta a breve) lo arruolino nei talk show come commentatore principe e agnello “sacrificato”. Eviterei lo scempio, per lui e per non condannarci alle garlaschiadi eterne. Intanto i colleghi si trovino un altro caso da spolpare. La magistratura si guardi allo specchio e si interroghi.
Assolto dopo 11 anni di carcere. Non è giustizia lenta. È solo l’ennesimo scempio.
