Va giù duro il gip di Caltanissetta Santi Bologna su Roberto Scarpinato. E lo fa mettendo nero su bianco parole che, nella motivazione del decreto di archiviazione del filone dell’inchiesta sulle stragi del ’92 legato al dossier Mafia-appalti, pesano come macigni: «Quello che però qui è doveroso segnalare è l’attività depistante posta in essere dal Senatore Scarpinato nei confronti del Dott. Natoli».
Non è l’unico passaggio. Il gip rincara nella ricostruzione delle dichiarazioni rese dall’attuale senatore 5 Stelle, nel corso degli anni e scrive che «taluno dei dichiaranti (il senatore Scarpinato) è arrivato finanche ad inquinare le dichiarazioni di altri colleghi dell’epoca (il Dott. Natoli) al fine di far sì che aumentasse il numero di coloro i quali riferivano la medesima circostanza». Sono le parole del giudice. E il punto della motivazione è precisamente questo: la ricostruzione della riunione del 14 luglio 1992 e di ciò che Paolo Borsellino avrebbe saputo sull’indagine mafia-appalti è stata esaminata dal gip anche alla luce delle successive dichiarazioni dei magistrati che quella stagione avevano vissuto.
Il passaggio riguarda la conversazione del 18 gennaio 2024 tra Scarpinato e Natoli. Scarpinato dice al collega: «Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione, con tutti i contenuti, eccetera eccetera». Il giudice prende inoltre in esame il tema dell’audizione di Natoli in commissione parlamentare Antimafia. Su questo punto precisa di non voler entrare nel «giudizio di opportunità squisitamente politico» relativo al fatto che un componente della Commissione possa concordare o anticipare a una persona da audire le domande. Ma puntella: «Quello che però qui è doveroso segnalare è l’attività depistante posta in essere dal Senatore Scarpinato nei confronti del Dott. Natoli».
Dunque, un linguaggio inequivocabile: «attività depistante», «inquinare le dichiarazioni». Ed è qui che il decreto assume un rilievo che va oltre la polemica sulle dichiarazioni. Perché lo stesso gip, mentre archivia il procedimento a carico di ignoti, dedica ampio spazio al rapporto tra Paolo Borsellino e mafia-appalti. Bologna richiama il materiale presente nell’ufficio del magistrato, l’incontro alla caserma Carini del 25 giugno 1992 e i rapporti con gli investigatori.
Quegli elementi vengono definiti «l’elemento più oggettivo da cui desumere l’impegno fattivo e concreto del Dott. Borsellino sul fronte del procedimento mafia-appalti».
Nel documento, si legge inoltre che è «altamente plausibile» che Borsellino, con il suo intervento a Casa Professa, abbia allarmato «una pluralità di soggetti circa il contenuto della testimonianza che avrebbe reso all’autorità giudiziaria di Caltanissetta». Mafia-appalti viene descritta come «il crocevia di una serie di interessi mafiosi, politici, imprenditoriali e, presumibilmente, massonici». Quegli interessi sarebbero stati, secondo la ricostruzione della Procura, «accomunati dalla volontà di impedire al Dott. Borsellino di rivelare quanto a sua conoscenza in proposito».
Da qui la valutazione: la paura di ciò che Borsellino avrebbe potuto rivelare rappresenterebbe «una concausa della strage di via D’Amelio di elevata credibilità razionale». E in merito, nel provvedimento viene riconosciuto il «clima ostile ed emarginante nel quale si trovarono ad operare i dottori Falcone e Borsellino all’interno della Procura di Palermo nel biennio 1990-1992», così come la «distanza siderale» che li separava dai colleghi impegnati nei medesimi procedimenti.
Tuttavia, l’analisi del contesto non è bastata a individuare responsabilità penali precise, portando il giudice a concludere che «gli elementi acquisiti non consentono formulare alcuna ragionevole previsione di condanna».
Per il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, membro della commissione Antimafia, la decisione di Bologna è «un documento molto importante» che consentirà di portare avanti un proficuo lavoro in Commissione, «sbugiardando chi ha costruito narrazioni non veritiere e mettendo in luce le profonde e note cause delle stragi volute e attuate da Cosa Nostra».
«Emergono chiare le gravissime responsabilità politiche e professionali di Roberto Scarpinato, che viene definito un soggetto che ha posto in essere [...] attività addirittura “depistante”», affermano invece i componenti di FdI in commissione Antimafia. Ricordando il ruolo del senatore del partito di Conte, nella «frettolosa archiviazione» del dossier nel 1992, difendono la presidente dagli attacchi. E concludono: «Non saremo mai complici di colui che oggi è stato definito a chiare lettere depistante», confermando l’impegno a cercare la verità sulla morte del giudice Borsellino.
Il decreto, insomma, chiude un procedimento ma non mette la parola fine alla storia investigativa delle stragi. E soprattutto consegna agli atti una valutazione del gip che difficilmente può passare inosservata: «attività depistante», «inquinare le dichiarazioni», insieme alla ricostruzione dell’«impegno fattivo e concreto» di Borsellino su Mafia-appalti. Ed è da qui e che bisognerebbe ripartire.
