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Né Ranucci, né ranucciani, né ranuccismi

Daniele Capezzone
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Oggi Il Tempo vi propone quattro documenti di notevolissima importanza. Il primo è una rassegna di «grandi inchieste» di Report finite nel nulla, tra assoluzioni e feroci sputtanamenti di persone e aziende.

 

 

Il secondo è un elenco di tutto ciò che Sigfrido Ranucci ancora nasconde sul suo rapporto con Valter Lavitola, tra ombre e omissioni. E sarebbe il caso di chiedergliene conto in ogni sede, mediatica e giudiziaria. Il Tempo lo fa oggi, e non smetteremo, ribadendo a Ranucci (qui siamo liberali, mica siamo a Report) l'offerta di una tribuna per spiegarsi, sotto forma di intervista o di lettera al nostro giornale.

Il terzo è un’intervista a Stefano Esposito, già senatore del Pd, un uomo che ha vissuto sulla sua pelle il «metodo Report», e si è sentito addosso lo stigma del sospetto, in una caccia mediatica che addirittura anticipava quella giudiziaria. Poi, dopo troppo tempo e molta sofferenza, tutto è passato: ma le cicatrici restano. Altro che «giornalismo d’inchiesta»: in quel modo si gioca con la vita delle persone, la loro dignità, il loro onore. Possibile che nell’Italia del 2026 questi beni abbiano così poco valore?

 

Il quarto documento, che trovate in apertura di questa prima pagina, vi farà mettere le mani nei capelli: si tratta di un prospetto degli stipendi faraonici e dei costi elevatissimi del «sistema Report». Guardate le cifre e giudicate voi stessi. Anche perché, non dimentichiamolo mai, si tratta di soldi nostri. Come si spiega questo fiume di risorse? Come si motiva un tale spreco? E come si giustifica la mancanza di trasparenza per cui solo Il Tempo è riuscito a svelare queste informazioni?

Per queste e molte altre ragioni, siamo in molti a sperare non solo di non rivedere Sigfrido Ranucci alla guida di Report, ma neanche altri «ranucciani», in nome di quel «ranuccismo» che è diventato il marchio di fabbrica del programma: orientamento monoculturale, giornalismo a tesi (anzi, a teorema), allusioni, assenza di contraddittorio, annullamento delle possibilità di replica, intreccio opaco con l’azione di alcune procure, esperti e «consulenti» a cavallo tra ambienti giudiziari e giornalismo.

È bene dirlo con chiarezza. A nostro avviso, questo metodo non ha nulla a che vedere con i compiti di un servizio pubblico che dovrebbe in primo luogo ispirarsi ai criteri di correttezza e completezza dell’informazione.

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