Primarie o no, il Partito Democratico ha un solo nome per Palazzo Chigi: Elly Schlein. È Igor Taruffi, il capo dell’Organizzazione del partito, a spazzare il campo dalle voci di eventuali nomi di federatori, papi stranieri e competitor interni sul nome del candidato premier espresso dai dem. “Il Pd ha uno statuto che indica chiaramente chi è il candidato a Palazzo Chigi direttamente, cioè la segretaria del nostro partito, e in caso di primarie la segretaria del partito. Da questo punto di vista non vedo particolari elementi di discussione. Mi sembrerebbe strano andare a trovare elementi ulteriori. La segretaria ha la grandissima maggioranza all’interno del partito, non vedo elementi diversi”, spiega Taruffi a Start su Sky TG24. L’esponente della segreteria dem fa riferimento all’articolo 5 comma 1 dello statuto del partito: “Il Segretario nazionale rappresenta il Partito, ne esprime la leadership elettorale e istituzionale, l’indirizzo politico sulla base della piattaforma approvata al momento della sua elezione ed è proposto dal Partito come candidato all’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri”. E, ancora, ai commi due e tre: “Il Segretario nazionale, nell’esercizio della leadership elettorale e istituzionale, propone alla Direzione nazionale un diverso candidato all’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri, quando lo ritenga opportuno per gli interessi del Paese e del Partito”. Tuttavia, al comma tre dello stesso articolo, si legge che “qualora il Partito Democratico aderisca a coalizioni e per l’individuazione del candidato alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri si utilizzino le primarie, l’Assemblea nazionale stabilisce le modalità di presentazione e selezione di eventuali altre candidature, in aggiunta a quelle del Segretario nazionale, che saranno ammesse e successivamente presentate alla coalizione”. Ciò significa che, oltre a Schlein, l’assemblea può indicare regole e strumenti per l’individuazione di una seconda candidatura. Un passaggio al quale guardano con particolare attenzione i riformisti Pd che sembrano pronti a schierare Giorgio Gori. Il quale, però, non ha ancora sciolto ufficialmente la riserva. Ma non esclude nemmeno l’ipotesi.
“Non se ne parlerà qui”, ripeteva all’assemblea della minoranza dem, sabato a Prato. All’appuntamento riformista si registrava un certo timore che le regole fissate dall’assemblea nazionale possano essere in qualche modo orientate a frenare sul nascere eventuali competitor interni di Schlein. Così, un senatore di primo piano fa presente che le regole per la presentazione della candidatura non possono essere ad personam, ovvero non possono prevedere un numero esorbitante di firme da raccogliere: “Sarebbe una contraddizione rispetto allo spirito dello Statuto”. Il discorso è solo apparentemente prematuro. Vero è che le regole delle primarie vanno condivise con gli alleati dello schieramento e che una eventuale candidatura riformista potrebbe arrivare solo in presenza di doppio turno, per non rischiare di togliere terreno sotto i piedi alla stessa segretaria a vantaggio di Giuseppe Conte (cosa che i riformisti non si sognano nemmeno di fare). È, tuttavia, altrettanto vero che in molti parlano di una imminente accelerazione conseguente alla prossima approvazione della legge elettorale, la prossima settimana. I segnali che arrivano da Palazzo Chigi, per i dem, parlano chiaro: dal bollo auto al decreto scuola, nel Pd vedono Meloni già in piena campagna elettorale. E anche nel fronte riformista si indica fine aprile come la finestra buona per le urne.
Entro quel termine, il centrosinistra dovrà mettere in campo un programma comune da presentare agli elettori. Da M5s e Avs arriva una disponibilità immediata: “Noi siamo pronti, il programma” del M5s “arriverà entro l’autunno”, ripete Giuseppe Conte. E Taruffi rilancia: “Noi siamo pronti da aprile” e “chiaramente è arrivato il momento di sedersi tutti insieme, mettere alcuni punti che sono quelli su cui abbiamo lavorato in questi anni, compreso il tema della politica estera”. Tema spinoso, che include il nodo dell’invio di aiuti in armamenti all’Ucraina che vede contrario Giuseppe Conte e i leader rossoverdi Bonelli e Fratoianni. Una linea rossa invalicabile per i riformisti del Pd, come ha fatto sapere Lorenzo Guerini: “Il sostegno all’Ucraina non è in discussione”. Nonostante questo, Taruffi sottolinea che, “per quanto importante sia il conflitto russo-ucraino, non si riassume tutto nel conflitto russo ucraino. La narrazione per cui il centrosinistra sarebbe diviso su tutta la politica estera non è vera. Penso ai quadranti dei conflitti internazionali, siamo sostanzialmente d’accordo su tutto tranne sull’elemento Ucraina”. Anche per questa ragione c’è particolare attesa per la segreteria che dovrebbe riunirsi mercoledì 30 settembre e per la direzione del partito convocata venerdì 2 ottobre. Due passaggi al termine dei quali sarà più chiara la data di convocazione dell’assemblea chiamata a prorogare il mandato della segretaria e, appunto, a dare il via libera alle regole per eventuali ulteriori candidature alle primarie, oltre a quella di Schlein.
