Panico al Nazareno

Riformisti e capi “clan”, assedio a Elly

Come in un labirinto senza vie d’uscita, dove ogni passo avanti rischia di diventare un passo falso. È il paradosso in cui si muove Elly Schlein: ogni tentativo di uscire dall’angolo sembra aprire un nuovo fronte, ogni scelta restringere ulteriormente lo spazio di manovra. E così il Nazareno rischia di trasformarsi da quartier generale in fortezza assediata: una camicia di forza che imprigiona la “sventurata”. Un’impasse che stride sempre di più con l’attivismo a tutto campo del suo potenziale competitore, Giuseppe Conte, che — veloce come una faina — si muove con disinvoltura nel recinto degli alleati, occupando spazi e dettando tempi, e costringendo i dem a un costante (e inutile) inseguimento.

L’ultimo scherzo del destino è andato in scena sabato a Prato, la città toscana dove si sono riuniti i riformisti. Sotto i riflettori è finito il disegno di legge sull’antisemitismo, ultima materia di scontro dentro il Pd. Sul testo, frutto dell’intesa raggiunta in Senato tra Graziano Delrio e Maurizio Gasparri, il partito si rifugiò nell’astensione (con un gruppetto di senatori della minoranza che votarono a favore). A Montecitorio, è la stessa Schlein a ordinare la retromarcia: non possiamo permetterci di regalare al M5S la testa del movimento pro-Pal, il sottotesto. Morale: il Pd voterà contro, con 5-6 deputati che invece daranno il via libera al provvedimento. Uno strappo insopportabile per i riformisti, che, pure nello strampalato posizionamento interno, sono diventati convinti assertori della segretaria nello scontro sempre più probabile contro l’ex premier.

Il risultato ottenuto finora è abbastanza sconsolante: il leader di Sinistra per Israele, Emanuele Fiano, ha preparato le valigie. «Ho ragionato e sofferto: non è un atto d’impeto», dice in un’intervista annunciando la sua uscita dal partito. Poi c’è il nodo Ucraina: Lorenzo Guerini e Giorgio Gori chiedono alla numero uno di distinguersi dall’ex premier. L’amarezza dei riformisti è palpabile: siamo passati dalla vocazione maggioritaria a quella minoritaria, il volante inevitabilmente è nelle mani di via di Campo Marzio.

Se questo è l’andazzo verso la segretaria nella città laniera, la situazione rischia di non migliorare a Montepulciano, dove dal 23 al 25 ottobre è previsto il summit della “guardia armata”: Dario Franceschini, Andrea Orlando e Roberto Speranza. I tre capicorrente delusi sono considerati i capofila dell’opzione “Federatore”, l’insidia che i fedelissimi di Elly temono di più.

Nei corridoi, intanto, cresce l’agitazione:«“non abbiamo una strategia, lasciamo a Conte la possibilità di spadroneggiare in lungo e in largo», sussurrano lontani dai taccuini. Il problema di quelli di Montepulciano è presto detto: o riusciamo a condizionarla, o è meglio sostituirla.

Le certezze si apprestano a scomparire: l’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli fotografa il Pd sotto il 20%. Sempre più vicino alla quota Enrico Letta, il precipizio del 2022.

Sul programma, la faina di Volturara Appula ha fatto per conto proprio: le priorità che il campo largo dovrà giocoforza accettare sono state già sigillate. Al primo posto, il no al rifinanziamento dell’Ucraina come condizione per imporre la pace. Un altro cappio per l’inquilina del Pd.

Poi c’è il tema dei temi: l’organizzazione delle primarie. Le posizioni sono rimaste da mesi quelle di partenza: il M5S le vuole a turno unico, aperte e online, con più candidati possibili per prosciugare il serbatoio degli alleati.

L’opposto dei desiderata dei partner, che insistono per due turni e albo degli elettori, nell’evidente tentativo di non avere sorprese. Insomma, tutti i nodi restano sul tappeto, proprio mentre si avvicina il giorno della verità sulla legge elettorale. Conte davanti, le correnti dietro, gli alleati ai fianchi: il labirinto di Elly Schlein si fa sempre più fitto. Più che il filo di Arianna, a questo punto servirebbe un miracolo.

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