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Bene il price cap Eni sui carburanti. Ma ora serve anche per luce e gas

Una svolta storica quella annunciata dall’Eni che, per contrastare il caro carburanti, ha fissato un tetto al prezzo della benzina e del diesel. Un gesto forte verso un Paese preoccupato per l’escalation dell’inflazione. Ora, però i consumatori attendono un «price cap» anche su gas ed elettricità.

Sarebbe una cosa che aumenterebbe non di poco la reputazione e il gradimento delle altre grandi società energetiche italiane da parte degli utenti. Con un risultato eccellente rispetto a quello ottenibile con mille altre strategie di marketing. Lo schema è secco, asciutto, vale a dire, come esemplificato dal Cane a Sei Zampe: visto i sacrifici che voi clienti affrontate, rinunciamo a una parte dei nostri ricavi e li lasciamo nelle vostre tasche. Semplice. E nemmeno antieconomico. Certo dai bilanci e dalle casse scomparirebbero flussi finanziari cospicui nell’immediato. Ma agli azionisti preoccupati per una possibile tosatura dei dividendi, in realtà già abbondantemente assicurati, un management illuminato potrebbe opporre la vulgata degli obiettivi sostenibili dell’agenda Onu 2030, per anni e tuttora, Bibbia irrinunciabile dei manager che guidano attività produttive etiche.

Sono quegli ormai leggendari criteri «Environmental Sustainable Goals», che impongono alle aziende di seguire strategie responsabili in nome di un pianeta più equo, pulito e sicuro. Ebbene il pilastro «Social» degli ESG chiede alla governance aziendale di assicurare non solo il rispetto di buone condizioni di lavoro, ma anche di creare un impatto positivo dell’azienda sulla comunità e sui consumatori.

Ergo, in periodi di carovita e di conseguente difficoltà economica per le famiglie, offrire beni a prezzi più bassi risponde direttamente a una responsabilità sociale d’impresa.

Soprattutto se si tratta di non escludere fasce di popolazione deboli dall’accesso a beni e servizi essenziali come la luce e il metano. Insomma ridurre i margini di profitto per trasferire benefici economici diretti a clienti e dipendenti è un modo, per una governance avanzata, di ristabilire un patto sociale di fiducia.

Certo non ci sono pasti gratis. E l’applicazione di questo principio può essere spinta fino a un limite preciso: quello di non mettere mai a repentaglio la sostenibilità economica e finanziaria dell’impresa. Date le condizioni attuali però non dovrebbe essere difficile per gli amministratori delegati far passare questa tesi nei loro board.

Anche perché assicurare il rispetto degli ESG aumenta il posizionamento negli indici internazionali di sostenibilità, il che oltre a essere un punto di merito per i manager, porta anche benefici economici come, ad esempio, il taglio degli spread applicati ai finanziamenti con risparmi consistenti. Con una mano si concede con l’altra si prende.

Nell’attesa vale la pena tornare a commentare la decisione di Eni. Tempismo perfetto, sollievo assicurato a chi usa frequentemente la macchina, minore pressione anche psicologica sui costi della filiera di trasporto e minore probabilità di trasferimento sui cartellini di prezzo finali. Non è finita. Scontato l’effetto emulativo interno al mercato dei carburanti. Basta immaginare le lunghe file che si formeranno da domani nelle stazioni di servizio Enilive per ipotizzare che, anche gli altri operatori, dovranno adeguare i loro listini a quelli del gruppo guidato dall’ad Descalzi. Prezzi più bassi da tutti e per tutti insomma.

C’è da segnalare anche un aspetto politico nella vicenda. Lo sconto non arriva da un atto dal sapore dirigistico ma semplicemente applicando un mix di moral suasion con il buonsenso dei vertici aziendali. Una bella vittoria per chi crede ancora nei valori dell’economia di mercato e rigetta le tesi da economia socialista.

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