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Ranucci "depista"? Come minimo rischia di mandare fuoristrada gli inquirenti

Il conduttore non ha mai fatto il nome dell'amico Lavitola. Ma ha spostato l'attenzione dopo l'attentato sui big meloniani

Paolo Pandolfini
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Perché Sigfrido Ranucci, in tutti questi mesi, non ha mai fatto il nome di Valter Lavitola? La domanda meriterebbe quanto prima una risposta dal diretto interessato. Ranucci si è sempre ben guardato dal fare il nome del suo ristoratore preferito, nei primi interrogatori come persona informata dei fatti davanti ai pm della Capitale, quando si cercava di individuare il movente dell’attentato, poi davanti alla Commissione parlamentare Antimafia, intenzionata ad approfondire quanto accaduto, ed infine in audizione al Comitato etico della Rai.

 

Lavitola, che a breve verrà riascoltato dai magistrati romani per «puntualizzare» alcune circostanze, come ha sottolineato ieri il suo difensore, l’avvocato Sergio Cola, la scorsa settimana ha ammesso di avere organizzato l’attentato davanti alla casa del conduttore di Report, sostenendo che l’obiettivo era solo provocare un rafforzamento della sua protezione personale.

Una ricostruzione che la gip Iole Moricca, nel rigettare la richiesta di domiciliari, ha definito «inverosimile», rilevandone anche la fumosità. L’ammissione di Lavitola impone adesso di rileggere con grande attenzione ciò che Ranucci ha raccontato nei mesi precedenti. Dopo l’esplosione di Campo Ascolano, il conduttore aveva infatti indicato diverse possibili piste: la criminalità organizzata, la camorra, le inchieste di Reporte, in particolare, gli approfondimenti sui cantieri navali di Adria realizzati dal giornalista Daniele Autieri. Nelle sue dichiarazioni pubbliche erano poi comparsi esponenti politici di FdI, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, accusato addirittura di averlo fatto seguire, e il deputato Stefano Cangiano. Lavitola, invece, non compare mai. Non viene indicato come possibile mandante, né tantomeno come persona sulla quale concentrare verifiche, nonostante sia emerso che avesse parlato proprio a Ranucci, un mese prima dell’attentato, dei rischi per la sua incolumità (come ha riferito sempre Cola, il quale ha parlato anche di un «Lavitola pentito di aver messo nei guai suoi "fratello" Ranucci»). E non viene indicato neppure Gomes Clesio Tavares, il factotum di Lavitola che, secondo l’accusa, aveva fatto da tramite con gli esecutori materiali e che oggi è irreperibile in Africa da dove però rilascia interviste ogni giorno.

 

La circostanza acquista rilievo perché Ranucci e Lavitola avevano rapporti strettissimi: il primo ad essere avvisato da quest’ultimo dopo la perquisizione avvenuta il 4 luglio era stato il conduttore di Report. Il 7 novembre scorso la Procura di Roma, per la cronaca, aveva chiesto alla Commissione parlamentare Antimafia ilverbale dell’audizione di Ranucci, una parte della quale era stata secretata. Anche quel verbale è oggi importante consentendo di verificare cosa il conduttore avesse riferito in Parlamento e, soprattutto, se avesse fatto il nome di Lavitola. Per mesi, dunque, mentre venivano indicate camorra, criminalità organizzata, cantieri navali, inchieste giornalistiche ed esponenti della maggioranza di governo come possibili chiavi per comprendere l’attentato, il nome dell’uomo che oggi ammette di averlo organizzato è rimasto fuori dai radar. Un "depistaggio"? Per affermarlo occorrerebbe dimostrare una volontà precisa di sviare gli investigatori. E ad oggi non ci sono elementi per sostenerlo.

 

Esiste però anche una questione diversa, e non irrilevante: capire se le dichiarazioni rese da Ranucci, indipendentemente dalle sue intenzioni, abbiano finito per "spostare" l’attenzione investigativa verso piste diverse da quella che oggi porta a Lavitola. Il confronto tra i verbali di Ranucci, la cronologia dei rapporti con Lavitola e le dichiarazioni dell’indagato diventa dunque indispensabile. Come va chiarita, infine, la minaccia del conduttore di divulgare chat con alcuni suoi imprecisati interlocutori che conterrebbero circostanze imbarazzanti. Un tema da non far finire nel dimenticatoio alla luce della "familiarità" di rapporti fra Ranucci e ambienti della magistratura.

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