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Report, scoppia la rivolta in Rai tra precari e inviati di serie B per quei "servizi strapagati"

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Giovanni D'Angelo
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Mattinata di rientro al lavoro a Saxa Rubra. Nell’arroventato centro Rai, sede delle redazioni dei tg, non è soltanto il solleone del dopo Ferragosto a scaldare gli animi. Al bar si parla solo dell’articolo del Tempo appena uscito, con lo scoop dell’elenco dei compensi della squadra di Report.

Quelle centinaia di migliaia di euro appannaggio di Giorgio Mottola, Giulia Innocenzi & co. – lorde e comprensive dei costi di produzioni, ma tant’è – infiammano i discorsi di dipendenti e maestranze della televisione pubblica che certe cifre non le vedono neanche nei loro sogni più sfrenati. Autori, programmisti registi, cronisti, le sedi Rai, è questa l'aria che si respira, quella di una sorta di caduta degli dei, di perdita d’innocenza e di purezza. L’affaire Lavitola, con le sue opacità e i suoi misteri non ancora svelati, scioglie lingue finora accuratamente sigillate e i sassolini tolti dalle scarpe si trasformano ben presto in macigni.

 

Già perché, nella stessa redazione di Report, come dimostrano i numeri pubblicati dal Tempo, paiono esserci figli e figliastri, con discrepanze piuttosto evidenti che vedono collaboratori cui corrispondono neanche 20.000 euro a fronte di 303.000 a disposizione di altri. Tale elenco pervenuto al Tempo è stato definito da Ranucci «interno strategico all’azienda» deplorandone la diffusione. In realtà però, trattandosi di denaro pubblico, ed essendo la Rai la televisione di Stato sovvenzionata dai soldi del canone pagato dai cittadini, non dovrebbe esservi nulla da nascondere.

Mentre l’articolo del Tempo viene rilanciato ovunque scatenando l’indignazione generale, ecco che nella redazione di Report alcuni collaboratori si lamentano in camera caritatis delle differenze di trattamento di cui sopra, e in altre sedi si ricorda la guerra intrapresa qualche mese fa da Ranucci contro il bando di concorso per l’assunzione di 127 giornalisti da assegnare alle sedi dei TgR.

Ranucci deplorava il fatto che la redazione di Report sarebbe stata "svuotata" e che vari suoi inviati sarebbero stati "deportati" in altre regioni. In realtà su una redazione di trenta persone, il bando ha visto finire in graduatoria solo otto inviati di Report, di cui due – Giulia Presutti e Andrea Tornago – arrivati rispettivamente prima e quarto e quindi, essendo fra i primi sette classificati, titolati a restare a Roma in forza al programma d’inchiesta.

A differenza di altre professionalità che, obtorto collo, sono state spedite in altre regioni. La redazione di Report non è stata minimamente svuotata, dunque, a differenza di quelle di Uno Mattina, Uno Mattina News e Vita in Diretta che hanno invece dovuto rinunciare a vari inviati.

Le tre trasmissioni non afferiscono al giornalismo d'inchiesta, sfatando così anche quella leggenda secondo cui "TeleMeloni" con quel bando di concorso avrebbe escogitato un piano diabolico per impoverire i programmi di approfondimento per inserirvi giornalisti graditi al potere.

In ultima analisi, ci si domanda come mai la trasparenza della Tv pubblica si limiti alla pubblicazione degli stipendi dei dirigenti, il cui tetto si ferma a 240.000 euro annui come quelli percepiti da Ranucci quale vice direttore nell'ambito della direzione approfondimento, e non i compensi di collaboratori e artisti, o i costi delle varie trasmissioni. Il direttore del Tempo Daniele Capezzone intanto auspica risposte e approfondimenti in Commissione di Vigilanza Rai – quando sarà ricostituita – per avere contezza delle cifre elencate nel documento.

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