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Bisignani boccia la campagna in Libia di Meloni: errori, l'Italia potrebbe uscirne indebolita

Luigi Bisignani
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Caro direttore, con la «sua Africa» Giorgia Meloni rischia di perdere i punti sinora guadagnati con merito sulla scena internazionale. Il pasticciaccio brutto di Tripoli, per dirla alla Gadda, e le solite manovre sulle nomine sono infatti le prime crepe nel deep state intorno al capo del Governo. Quella che viene celebrata come una grande vittoria con la visita del premier italiano a Tripoli, rischia invece di trasformarsi nel primo clamoroso inciampo. È indubbio che l’accordo firmato tra Eni e la libica Noc (National Oil Corp) abbia il suo peso, essendo l’investimento singolo più importante (8 miliardi di dollari) per il settore degli idrocarburi libico dal rovesciamento del regime di Gheddafi nel 2011. Tuttavia Muhammad Aoun, ministro del Petrolio e del Gas nello scaduto governo di Tripoli, ha disertato la cerimonia ufficiale della firma, e addirittura si è scagliato contro il capo della Noc, Farhat Omar Bengdara contestando che non si sarebbe potuto negoziare né stringere accordi con Eni senza il via libera del Consiglio dei Ministri. Quindi ora il rischio è che quest’accordo possa diventare carta straccia, trascinando l’Eni e lo stesso nostro governo in un contenzioso legale dalle conseguenze imponderabili, sia sul piano delle forniture di gas che su quello dell’immigrazione. E qualora accadesse, l'Italia perderebbe il proprio - già ridimensionato - ruolo di mediazione nell’area mediterranea.

 

 

Meloni è stata accolta in Libia come una vera star, ma con uno strascico di polemiche nel mondo dei social musulmani per l’atteggiamento fuori dal protocollo del primo ministro, a cui è vietato anche solo toccare un ospite, per di più donna. Per tutta risposta, il governo della Cirenaica, riconosciuto dal Parlamento e guidato da Fathi Bashaga, del tutto ignorato da Meloni, poco dopo la firma ha deciso di denunciare all’autorità giudiziaria il memorandum d’intesa, come motivato nell’atto d’accusa: «Il governo uscente di Tripoli non è qualificato a firmare accordi in conformità con gli accordi politici internazionali siglati a Ginevra sotto gli auspici delle Nazioni Unite, per di più in un contesto in cui si aumenta la quota del partner estero e si riduce quella del partner nazionale». Beghe legali quindi, che si sommano ai problemi di sicurezza interna in un paese dove tutti gli operatori petroliferi presenti in loco ben ne conoscono le dimensioni. Inoltre, i vecchi pozzi libici sono in grosso declino e richiederebbero consistenti investimenti, mentre i primi pozzi nuovi potranno entrare in funzione solo fra non meno di cinque anni, a nazione pacificata. Sebbene la sede amministrativa della Noc sia a Tripoli, dove è stata allestita in pompa magna la cerimonia della firma, la maggior parte dei pozzi sono invece in Cirenaica e nel Fezan, dunque fuori dal territorio controllato dalle milizie del premier uscente Abdelhamid Dbeibah. Ma, per le conseguenze negative che può avere questo protocollo d’intesa sull’immigrazione, va ricordato che anche il controllo dei confini e della maggior parte delle coste è sotto il controllo di Bengasi, come peraltro sa bene il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Basterebbe un cenno per scatenare l’inferno.

 

 

Il capo della Noc Bengdara, pare abbia preteso la presenza di Meloni alla firma, altrimenti avrebbe rinviato tutto a data da destinarsi. Ma chi ha suggerito al Presidente del Consiglio italiano questa trasferta libica «a metà»? E chi se ne assumerà la responsabilità, soprattutto dopo che i ministri degli Esteri arabi si sono rifiutati solo pochi giorni fa di ri-legittimare il governo uscente, boicottando a Tripoli il summit del Consiglio della Lega Araba, a cui hanno partecipato solo due dei ventun ministri che ne fanno parte? Pesantissime le assenze dei ministri degli Esteri delle monarchie del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, così come del segretario generale della Lega Araba Ahmed Aboul Gheit, che non riconosce più questo esecutivo. Tornando all’interrogativo su chi abbia suggerito al Premier la trasferta libica, sembra strano che la missione possa essere stata caldeggiata dall’Aise, il nostro servizio di sicurezza, guidato dal generale Gianni Caravelli, profondo conoscitore da sempre delle vicende libiche. Probabile quindi che a dare l’ok sia stato il DIS di Elisabetta Belloni o il ministero degli Esteri, che conta in loco su un ambasciatore modesto, Giuseppe Maria Buccino, ormai in uscita, e su un inviato, Nicola Orlando, totalmente ininfluente. E a proposito di ambasciatori uscenti, il governo dovrà anche decidere a breve, entro febbraio, la nomina del nuovo capo missione a Tripoli. Nella scarna lista di nomi, per un attimo è comparso anche quello di Nicola Orlando, poi subito rimosso vista l’esiguità della prestazione fino ad ora fornita. Il ruolo necessita infatti in un alto profilo di competenza, in grado di agire anche in autonomia e non solo a seguito della mail inviata da Roma. Più verosimilmente ad organizzare il blitz della Meloni è stata invece la stessa Eni, dove Descalzi è in corsa per il quarto agognato rinnovo e che a rafforzare la sua posizione ha richiamato accanto a se uno dei Rasputin di Draghi, Antonio Funiciello.

 

 

Eccitata dal cosiddetto nuovo «piano Mattei», Meloni si è buttata a capofitto in Africa con l’entusiasmo e la grinta che le appartiene per poi farsi prendere dalla sindrome delle strutture consolidate, affidandosi a interessi abilissimi a imbastire teatrini e slogan che però poi lasciano i problemi a chi ha il mandato per governare veramente. A non credere nel «piano Mattei», che funziona in realtà solo in Algeria, sono soprattutto francesi e spagnoli, che hanno appena firmato un trattato bilaterale molto robusto. Quanto al gas dall’Algeria, in drastico declino, è diventato come le mucche di Mussolini: viene spostato avanti e indietro. L’aumento delle importazioni dall’Algeria venne annunciato dall’allora ministro Cingolani e dall’Ad di Eni a giugno 2022, suggellato da una visita di Stato di Draghi a luglio e ribadito in un «inutile» accordo siglato pochi giorni fa. Nel frattempo, l’Algeria ha comprato 7,2 miliardi di euro di armi dalla Russia, ha chiesto l’adesione al blocco economico Brics, ha effettuato esercitazioni militari congiunte con le truppe russe ai confini con il Marocco, ha chiuso l’unica radio indipendente (Radio M), arrestando il giornalista Ihsane El Kadi. Scelte politiche che hanno provocato la reazione di ben 26 senatori americani che, in una lettera indirizzata al Segretario di Stato, hanno affermato che «le relazioni dell’Algeria con la Russia sono una minaccia per ogni nazione del mondo».

Ma se il gas è protagonista sullo scenario internazionale, in Italia è tutto un fuoco e fiamme sul rinnovo delle nomine. L’ultima news, in attesa di sapere se Flavio Cattaneo, sponsor La Russa, voglia o meno essere della partita, riguarda Alessandro Profumo che, contravvenendo alle direttive del Mef, vorrebbe spostare, per le sue dolorose scadenze giudiziarie, l’assemblea di Leonardo a maggio inoltrato. Riuscirà il suo principale protettore, il commissario Ue Paolo Gentiloni, a difenderlo ancora, così come ha fatto per conservare la cadrega al Demanio dell’amata cognata Alessandra Dal Verme? Giorgetti, almeno questa volta, pare abbia detto un secco no. E così mr. Arrogance prepara gli scatoloni. Dopo Alessandro Rivera, fuori un altro.

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