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Eterno pioniere del jazz: cento volte Miles Davis

Carlo Antini
Carlo Antini

Parole e musica come ascisse e ordinate

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Note sussurrate alle orecchie. A cento anni dalla nascita (26 maggio), Miles Dewey Davis III continua a essere più di un’icona pop. È un metodo. Una mutazione continua. Nel jazz quasi tutti hanno avuto un’epoca. Miles Davis le ha avute tutte. Quando una scena diventava prevedibile, l’abbandonava senza guardarsi indietro. «Non suonare quello che c’è - diceva - suona quello che non c’è». Quando arrivò a New York nel 1944, il giovane Miles capì che le vere lezioni erano quelle che prendeva di notte nei club di Harlem. Fu lì che incontrò Charlie Parker e Dizzy Gillespie, sacerdoti del bebop: il jazz veloce, nervoso, virtuosistico che incendiava l’America. Miles si unì al gruppo di Parker e imparò tutto: armonia, caos, velocità, autodistruzione. Ma intuì una cosa fondamentale: non voleva correre più degli altri. Voleva dire di più. Mentre il bebop diventava una gara di acrobazie, Miles rallentò il tempo.

Alla fine degli anni ’40 registrò «Birth of the cool», titolo che sembra una profezia scolpita nella pietra. Nacque così il cool jazz: arrangiamenti raffinati, atmosfere sospese, meno muscoli e più ombre. Ma, come abbiamo detto, Miles detestava ripetersi. Quando il cool jazz cominciò a essere imitato da mezzo mondo, lui cambiò di nuovo pelle. Negli anni ’50 arrivò l’hard bop: più blues, più groove, più strada. E arrivò il primo grande quintetto con musicisti destinati a entrare nella storia. Uno di loro era John Coltrane. Miles adorava lo spazio. Il silenzio. La sottrazione. Coltrane lo prese alla lettera e lo trasformò in linguaggio. Nel 1959 pubblicò «Kind of blue», probabilmente il disco jazz più famoso di sempre. Dentro c’erano Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley e brani costruiti su strutture modali che aprivano praterie all’improvvisazione. Il resto accadde in studio, in presa diretta, come una conversazione tra geni. Bill Evans, pianista lirico e impressionista, contribuì in modo determinante al clima del disco. Davis amava il suo tocco delicato, quasi «europeo», tanto da scrivere che suonava «come l’acqua che scorre su una superficie liscia». Non era un complimento qualunque: detto da Miles equivaleva a una medaglia olimpica.

Ma il bello è che, dopo aver inciso il disco che avrebbe potuto garantirgli una rendita artistica eterna, Miles cambiò ancora strada. Sempre avanti, mai nostalgico. Negli anni ’60 formò il suo secondo grande quintetto con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams: un laboratorio futuristico dove ritmo e armonia sembrano smontarsi e ricomporsi a ogni battuta. Poi arrivarono gli anni ’70 e la rivoluzione elettrica. Mentre i puristi storcevano il naso, Miles ascoltava Jimi Hendrix, Sly Stone e il funk che ribolliva nelle strade. «Bitches brew» fu una detonazione: chitarre elettriche, groove ipnotici, improvvisazioni lisergiche. Jazz-rock? Fusion? Psichedelia? Etichette inutili. Era Miles Davis che faceva Miles Davis. Semplicemente. Molti fan gridarono al tradimento. Lui rispose continuando a innovare. Perché aveva un talento rarissimo: fiutare il futuro prima degli altri. Certo accanto a Joe Zawinul e Chick Corea poteva sembrare più facile. Eleganza da re, Ferrari parcheggiate davanti ai club, completi disegnati da stilisti italiani, occhiali scuri anche di notte e un carattere che poteva passare dalla seduzione alla furia in pochi secondi. Senza Miles Davis non esisterebbero molta fusion, parte dell’hip hop jazzato, certa elettronica atmosferica e persino il modo in cui oggi molti artisti pop pensano il suono come identità estetica totale. Il suo volto continua a comparire su magliette, poster, copertine e murales: Davis è diventato un’icona pop al livello di David Bowie o Prince. Artisti che, come lui, hanno fatto dell’inquietudine creativa una forma di sopravvivenza artistica. E umana.

A cento anni dalla nascita, Miles Davis resta il musicista che ha insegnato al jazz una regola semplicissima: non fermarsi mai. Ogni volta che sembrava aver trovato il suono perfetto, lo distruggeva per cercarne un altro. E forse è proprio questo il segreto della sua immortalità. Non appartiene al passato perché suona il futuro. Il vero capolavoro non è un disco. È l’idea stessa che la musica possa essere libertà. Assoluta. Magari con una tromba puntata contro il mondo.

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