E parla di «situazione istituzionale gravissima» e chiama in causa il capo dello Stato. L'intervento di Giorgio Napolitano non si fa attendere e arriva, nel tardo pomeriggio, con una nota ufficiale del Quirinale. Il presidente della Repubblica esprime «rammarico» per la mancata intesa sull'iter del decreto Bersani-Visco, e ribadisce che il presidente «si è ripetutamente espresso a favore di un clima di confronto pacato in Parlamento, tale da evitare procedure particolarmente controverse». Ma nello stesso tempo conferma la linea adottata dal Quirinale: «Non rientra nelle attribuzioni del capo dello Stato - si legge nella nota - alcun intervento sulle decisioni che spettano ad altri organi costituzionali». Era iniziato tutto in mattinata. Quando il ministro per lo Sviluppo economico, Pier Luigi Bersani, aveva difeso il decreto legge sulle liberalizzazioni, ammettendo che «forse siamo stati bruschi, ma non improvvisati». E alle critiche di aver varato interventi timidi o al contrario eccessivi, aveva replicato: «A chi ci ha definito timidi dico che ci faremo più coraggio prossima volta; a chi dice che siamo stati eccessivi, vorrei suggerire un esame attento delle colossali inadempienze che abbiamo a proposito regolazione del mercato». «Con 600 emendamenti la fiducia è inevitabile. Cos'altro si può fare?» aveva Prodi motivato la decisione del governo. Troppe le centinaia di proposte di modifica presentate dalla Casa delle libertà. «Avremmo voluto evitarla - aveva precisato Vannino Chiti, ministro per i rapporti con il Parlamento - e anzi posso dire che abbiamo esplorato tutte le strade per evitarla. Ci siamo dovuti arrendere». E a quel punto è scopiata l'ira della Cdl. Tutti i deputati dell'opposizione avevano abbandonato l'aula tranne quelli dell'Udc e del gruppo Dc-Psi: «Siamo di fronte a una situazione istituzionale gravissima. Non è ammissibile che la Camera venga svuotata di ogni funzione. Chiederemo un incontro con il capo dello Stato» aveva attaccato il capogruppo forzista, Elio Vito. C'è chi gridava «dimissioni» all'indirizzo del governo. Ma Chiti aveva replicato: «Le dimissioni le provoca il voto e non le gazzarre in aula e voi finora siete stati bocciati per ben tre volte; alle politiche, alle amministrative e al referendum».
La protesta
La Cdl insorge e chiama Napolitano che, però, alza le mani
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