L’editoriale

Sottomissione in due tempi. Tra 5 anni come in Francia?

Forse non è chiara la posta in gioco, e ancor meno il livello dello scontro.

Michel Houellebecq, nel suo romanzo-incubo «Sottomissione», aveva previsto tutto con spietata lucidità: non una conquista a suon di armi, ma una lenta, quasi indolore cedevolezza di una società che si consegna al fondamentalismo islamico attraverso demografia, alleanze politiche e stanchezza culturale.

L’Italia è a non più di cinque anni da un esito analogo a quello francese, se non si rompe il meccanismo prima che diventi irreversibile.

Primo tempo della sottomissione: un anno di caos prima del voto. Piazze rabbiose, slogan osceni come quelli che Il Tempo documenta oggi, una sovrapposizione sempre più sistematica e niente affatto casuale tra l’estrema sinistra e l’Islam fondamentalista.

Cercano l’incidente, forse anche il morto, per incolpare la polizia, il governo, e costruirci sopra la campagna elettorale. Il disordine non è effetto collaterale: è strumento.

Sullo sfondo, il caos francese — banlieue in fiamme, istituzioni sotto pressione, una Repubblica che fatica a riconoscersi — funge da monito e da modello per chi, qui, punta a destabilizzare.

Secondo tempo: cambiare il profilo delle nostre città. Tra seconde generazioni radicalizzate e rabbia diffusa, l’obiettivo è indurre gli italiani a non riconoscere più i quartieri di Roma e Milano per come li ricordavano. Un «altrove» che non sa più di casa nostra, dove le abitudini, i paesaggi urbani, le memorie collettive vengono sovrascritte. Gli islamisti puntano sul mix letale tra demografia (la loro, con tassi di natalità superiori) e democrazia (la nostra, che concede spazio e tutele) per un takeover ostile, una manovra di sottomissione soft ma inesorabile.

Non c’è tanto tempo. La sinistra è già complice e succube, pronta a giustificare l’intollerabile in nome di un’ideologia che ha smarrito ogni senso della realtà. Ma il centrodestra di governo, che le cose le sa e ha preparato una buona legge — di cui è prima firmataria l’onorevole Kelany, che oggi intervistiamo — deve fare ancora di più.

La sabbia nella clessidra scorre veloce: o si agisce ora, con fermezza e lucidità, o si rischia di svegliarsi in un Paese irriconoscibile, sfigurato da un fondamentalismo che non chiede integrazione, ma sostituzione.

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