Potrebbe sembrare una storia da niente: un avvocato padovano che a due passi dalla basilica di Sant’Antonio si inventa un tribunale, anzi una camera arbitrale, dove dirimere secondo sharia le controversie civili e commerciali che riguardano gli islamici. Inezie del quotidiano - fa intendere - minime maglie, fattucoli, rotture di balle che gli avvocati italiani metterebbero volentieri in un cantuccio pregando la madonna che se li porti via tutti: il commerciante incazzato, una lite tra vicini, una diatriba per l’eredità, un divorzio contestato, forse anche un burqa rigettato. E sarà fatto tutto a norma di legge (la nostra) anche se il verdetto raggiunto dalla corte, dicono, «avrà lo stesso effetto di una sentenza resa dall’autorità giudiziaria italiana».
Lo studio in questione opera in un palazzo signorile e lindo di Padova, anche la location vuole la sua parte. Da marzo ha trattato una manciata di casi, forse uno. E questo dai, dovrebbe confortarci tutti. Invece no, io penso che siamo impazziti e che solo concepire un’aula di tribunale che segua la sharia e crei una piccola enclave islamica nella quiete del Veneto sia un errore madornale al quale rimediare seduta stante.
Se ci pensate bene cominciano tutte così le degenerazioni. Una virgola. Un assaggio. Un pertugio. Un piccolo cedimento. Poi la virgola diventa voragine.
Il cedimento diventa sottomissione.
Non serve neppure il cavallo di troia.
Qui lo dicono e lo fanno ante oculos omnium, davanti agli occhi di tutti: mettiamo un tribunale islamico in mezzo ai vostri palazzoni di giustizia vetusti e intasati di pratiche e cavilli.
Immagino già le donne come saranno trattate (e umiliate) secondo sharia. E le persone fragili. O gli omosessuali, che credevano di averla scampata fuggendo dai loro governi tiranni e si ritrovano nel bel paese delle libertà a essere giudicati dalla stessa legge impietosa di Allah.
Ieri giustamente la procura di Padova ha aperto un fascicolo - senza indagati - per vederci più chiaro. Qualche illuminato esponente del centrodestra ha gridato allo scandalo. Persino l’unione delle comunità islamiche (Ucoi) ha preso le distanze dall’iniziativa padovana. Ma a sinistra, la maggior parte, ha taciuto. Talmente impegnati a mettere sotto scacco il 7 ottobre israeliano, coi loro distinguo sulle vittime ebree trucidate da Hamas in quell’alba tragica e i palestinesi uccisi poi a Gaza (siamo davvero ridotti al bilancino dei morti ammazzati?), che non si sono accorti dell’ospite fastidioso che si accomodava in casa e rubava la scena.
Ma chi se ne frega se in quella camera arbitrale discutono di polli o dell’afrore di ascelle del vicino. Quello che non posso e non dobbiamo accettare è che prendano per i fondelli la costituzione italiana e il nostro già debole sistema giudiziario.
Primo punto: che senso ha costituire un tribunale parallelo se già esiste quello italiano che è preminente? Secondo punto: in Italia nessuno può infinocchiare il codice civile e penale o esimersi dal rispetto della costituzione che non è solo «la più bella del mondo» ma ci rende tutti uguali di fronte alla legge.
Non importa nulla che esistano tribunali simili a Londra o nell’illuminata Svezia. Se uno perde la trebisonda, non dobbiamo schiantarci tutti.
Io aborro solo la parola sharia. Mi fa venire in mente lo scempio dei diritti e delle libertà individuali. E non faccio distinzioni tra la lettura pedissequa dei dettami e un’interpretazione più blanda e accomodante. È comunque islam, anzi la legge di dio che soverchia quella dell’uomo e dei codici scritti, e di lì non si scappa. Integrare nel nostro sistema la sharia significa inglobare la ricina che ci avvelena e ci ucciderà sottomettendoci... Dunque non ne voglio sapere.
A forza di sofismi siamo ridotti a sentirci ospiti ingombranti in casa nostra.
Inermi, rammolliti, accoglienti perché l’accoglienza è forse la cosa che più assomiglia ai nostri salotti progressisti di design, dove sorseggiamo infusi salutisti e soliloqui di tendenza. Dite voi se a sinistra non sono tutti ubriachi.
Siamo ingolfati di ragazzini stranieri nelle scuole e vanno in piazza per contestare il decreto legge che impone un tetto agli immigrati. Abbiamo penuria di chiese nelle strade e invocano l’apertura di nuove moschee. Gli ebrei vengono aggrediti per strada e gli onorevoli compagni chiedono che si consideri un’usurpazione questa norma sull’antisemitismo che vorrebbe arginare ogni manifestazione di odio contro Israele. Insomma, la vittima diventa il colpevole da perseguire e il nemico «l’amico» da accogliere.
Mi chiedo se sia soltanto debolezza dell’Occidente o ci sia qualcosa di più indecoroso. Chessò, un fancazzismo della mente, un nichilismo dell’esistere che ci spinge a non impegnarci più in niente, o a sposare la cultura dell’altro perché la nostra siamo troppo pigri per conoscerla, difenderla, e addirittura amarla.
Pensate che a Milano qualche politico autorevole ha già chiesto il patentino pro-Pal ai candidati sindaci. E ieri hanno cominciato a circolare volantini in cui degli studentelli universitari, figli di papà ma auto-proclamatisi «giovani operai», chiedevano addirittura di sposare la causa dei maranza di seconda generazione per amalgamarci meglio ed essere più inclusivi. L’apoteosi...
Faccio una previsione. L’integrazione sarà la nostra fine. Anzi la disintegrazione dell’Italia e dell’Occidente. Ma tranquilli che va tutto bene. Soprattutto in Veneto.
