Quello che era stato previsto o piuttosto auspicato dalla sinistra mediatica come un mezzogiorno di fuoco a Milano dei contestatori interni contro Matteo Salvini si conclude, all’inverso, con un mezzogiorno e trenta circa di schiacciante vittoria dello stesso Salvini con 465 voti contro i 146 dello sfidante interno Massimo Garavaglia. Il «Capitano» per la terza volta è incoronato segretario federale della Lega. Ma stavolta l’elezione avviene a scrutinio segreto, al congresso straordinario annunciato a sorpresa a Pontida per sfidare i «dissidenti» interni troppo loquaci sui giornali. Testate quasi tutte avversarie da sempre della Lega, fin dai tempi di Umberto Bossi, da loro celebrato da morto per metterlo contro l’allievo più vero e diretto. Salvini li ha indotti a venire allo scoperto nelle opportune sedi di partito. È la vittoria del segretario contro tutto e tutti, che ricorda un po’, in altro contesto esterno, per le Politiche del ’94, quella di Silvio Berlusconi. Ma Salvini, in questi anni, non è stato solo avversato, come è naturale, da sinistra e dai 5stelle, fino a mandarlo al processo per Open Arms. Di più: è stato anche destinatario di una valanga di insulti dai centrini «chic», cose non naturale per un’opposizione normale. Inoltre è stato colpito e ferito a sorpresa anche dall’interno della sua stessa Lega, da «dirigenti», attacca lui a brutto muso, che «hanno persino invitato i nostri militanti a non partecipare a manifestazioni riuscitissime come quella dei mesi scorsi con i Patriots a Milano». È il gruppo europeo di destra erroneamente definito dai «dissidenti» di estrema destra che «non si vuole mischiare con il Ppe alleato di socialisti che favoriscono il Gren Deal da azzerare, non da attenuare» con una concezione dell’ecologia mortifera dello sviluppo economico. Politiche della burocrazia Ue, ovvero la nemica numero uno che ha sostituito «il potere centrale romano» di bossiana memoria.
È la vittoria che Salvini definisce di Davide (come a ragion veduta si autodefinisce) contro Golia, perché «ragazzi, se uno con il mondo contro si deve persino difendere da colpi che gli arrivano da dietro o di fianco anche dentro casa sua, diventa davvero difficile», denuncia Matteo. Ma non è questione personale, è questione politica «di rispetto innanzitutto dei militanti venuti qui a loro spese». Quindi, monito duro dal sapore bossiano: chi tradisce il mandato del segretario federale per altri 4 anni, non rispettando regole e statuto, non tradisce me ma «i militanti» e si mette fuori dalla Lega. È l’affermazione schiacciante, come il Tempo aveva ampiamente previsto, della sua Lega nazionale di «lotta e di governo». O meglio «Italia Federale» come recita il simbolo mutuato dal visionario maestro Umberto Bossi da Salvini battuto alle primarie del congresso del 2013, sua prima elezione. Garavaglia che, secondo alcuni delegati ben ferrati di Lega si sarebbe aspettato un po’ di più, ha l’espressione delusa. Quanto a Giancarlo Giorgetti reclama una Lega nazionale ma «non nazionalista» e richiama Matteo alla prudenza sul Ponte. Ma Giorgetti è perdonato da Salvini, che sa bene quanto Bossi come il titolare del Mef sia una preziosa risorsa per la Lega. Disse Bossi alla cronista: «Giorgetti è prezioso sul piano amministrativo ma non ha l’arte del comando». E del resto il ministro lealmente ha sempre detto di non voler fare il leader.
Se Giorgetti si definisce «un conservatore», Silvia Sardone, che Salvini vuole come sindaca a Milano per tutto il centrodestra, è più netta: «Io sono anticomunista, punto. E la Lega è alleata fondamentale da decenni della destra nel centrodestra». Evidente risposta a chi continua a ripetere vecchi slogan come «la Lega non è né di destra né di sinistra». Lo ha detto oltre a Garavaglia anche l’ex governatore del Veneto, Luca Zaia. Luca da Bibano Godega Sant’Urbano, uno che sa cosa è la terra vera più che i territori, invece è molto sorridente e gioviale. La cronista lo conosce da molti anni e gli chiede: «Luca, tra due lombardi da veneto ti sei astenuto? Lui sorride di gusto. Ma c’è chi dà per certo che abbia pure lui votato per Matteo». Quanto alla collocazione della Lega, Salvini ricorda a Garavaglia che la sinistra di cui parla non c’è più: «Era quella di Berlinguer e di Craxi». Applausi. Per la prima volta il nome dello statista socialista anticomunista viene pronunciato in positivo nella sede di un congresso leghista.
