L'analisi

Fratelli musulmani, perché serve il bando

Ora è chiaro perché noi de Il Tempo abbiamo chiesto ormai da mesi di mettere al bando la Fratellanza musulmana? Fortunatamente, pur senza una legge specifica, il governo e, in particolare, il Ministero dell’Interno hanno dimostrato la loro efficacia nell’identificare islamisti e violenti sulla base delle normative vigenti. Certo, non sarebbe così se il governo fosse di un altro colore: i nemici del Paese avrebbero tempi e modi per strutturarsi e rafforzarsi ancora, influenzando direttamente la politica.

Il Tempo è stato il primo quotidiano in Italia a spiegare, da mesi, la strategia della Fratellanza musulmana. Personalmente, ho scritto un libro sul tema, «Il nuovo impero del male» (Curcio Editore). Il racconto lo abbiamo basato sul confronto con quanto successe o stava succedendo in altre realtà, sulle infiltrazioni nella comunità musulmana in Italia da parte degli islamisti. Abbiamo raccontato collegamenti e finanziamenti e l’alleanza con la sinistra radicale ProPal, qui e altrove. Inchieste che non sono bastate a convincere tutti di quanto stava per accadere anche in Italia e si è verificato nelle ultime settimane.

I fatti accaduti negli ultimi 15 anni in altri Paesi non sono bastati a far comprendere ai compagni la minaccia che sta portando l’Occidente e ora anche l’Italia verso una guerra civile. Forse a loro non interessa, perché preferiscono sfruttare la polarizzazione e le proteste per raccogliere voti, ma abbiamo ancora qualche speranza che qualcuno di loro voglia prendere le distanze da questi novelli terroristi.

Oggi, dopo i disordini in Francia e in Italia nelle ultime due settimane, lo schema è più chiaro a molti, ancora di più dopo l’individuazione del presunto organizzatore del movimento 17 ottobre: un italo-marocchino ben integrato e persino accademicamente impegnato in due realtà affermate come ISPI e Fatto Quotidiano. Un apparente tranquillone, ma che, andando a vedere cosa diceva sui social, aveva però tutte le caratteristiche di chi non vuole una pace sociale basata su integrazione e convivenza, bensì voleva affermare la sua ideologia dell’odio, basata sull’Islam politico, sull’antisemitismo, sull’esaltazione di terroristi come Hamas e sull’idea di una costante intifada contro l’Occidente liberale. Quell’idea che usa la vicenda di Gaza e dei palestinesi per attrarre consensi, raggruppare i “fratelli” e muoverli nelle piazze e nella società. Il dato più eloquente riguarda le 5 manifestazioni ProPal al giorno nel 2025.

Altro aiutino: l’uso strumentale del disagio sociale, miglior pretesto per far uscire di casa anche alcuni sinistri individui che vorrebbero un’Italia socialista o persino comunista, che tolga a chi produce per dare a chi non produce.

Sono tecniche e idee che la Fratellanza musulmana ha partorito fin dalla sua fondazione e non serve essere parte della struttura dirigente dell’organizzazione per metterle in atto, poiché si tratta di un’ideologia e non per forza di una struttura che richiede l’affiliazione. Tecniche come quella del doppio registro: parlare in modi diversi agli interlocutori italiani e a quelli musulmani; la taqiyya: dissimulare il proprio fanatismo per potersi infiltrare meglio nei gangheri della società che ti ospita. In scuole, università, centri sociali, partiti, giornali e qualsiasi altro aggregatore sociale possa essere funzionale.

Il caso del giovane italo-marocchino illustra proprio questa strategia “entrista” degli islamisti e ora anche qui sono chiare le avvisaglie che precedono la violenza o i legami con il terrorismo.

Dobbiamo pensare all’Islam politico inventato dalla Fratellanza come al nazismo o al comunismo: non ha sempre una struttura organizzata, ma ha i suoi adepti, che si organizzano per portarne avanti gli obiettivi ideologici e l’affermazione di un Islam che condizioni la vita istituzionale, politica e sociale del Paese. Si tratta di un cancro, un’ideologia che si espande autonomamente e che, se non viene arrestata per tempo, rischia di portare alla metastasi la società.

È arrivato il momento, per chi li ha sostenuti finora, di decidere da che parte stare, perché gli elementi per distinguere i buoni dai cattivi ora sono chiari e non ci sono più scuse.

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