Mi hanno promosso carabiniere ad honorem. Non per meriti sul campo ma per l’amicizia, la stima e il profondo rispetto che mi lega all’Arma. Conosco la dedizione dei suoi uomini nel servire lo Stato e non credo che sarei capace di fare altrettanto per uno stipendio da fame e per una vita sul chi va là. Però una cosa è certa: ho sempre difeso le divise. E vedere la campagna d’odio che sta montando contro di loro è per me insopportabile oltreché un nonsenso.
Provo a mettere insieme i fatti delle ultime ore, repetita iuvant, e talora serve a capirci qualcosa. A Milano sabato sera sono scesi in strada contro il carovita migliaia di studenti. Gli è stata concessa piazza del Duomo. E la protesta, da tranquilla che era, è degenerata in guerriglia. Nel corteo pacifico si sono inseriti i violenti, molti dei quali immigrati e italiani di seconda generazione. Regia russa? Movimento 17 ottobre? Io ho visto solo odio cieco e pruderia di distruggere. Volevano spaccare tutto e hanno assaltato carabinieri e polizia con sassaiole e lancio di transenne. C’era un fanciullo di 12 anni, molti appena ragazzini, anche a Gaza l’odio inizia presto e mettono i fucili in mano ai bambini.
Mi ha colpito la scena di una volante presa di mira dai maranza in felpa nera e braghe corte. Ci saltavano sopra e la calciavano come si salta sulla statua del tiranno a fine dittatura. Poi hanno afferrato i sanpietrini e li hanno scagliati contro gli agenti in tenuta antisommossa. Un dirigente del commissariato Garibaldi-Porta Venezia li ha guardati col volto insanguinato: siete solo dei vandali!
Il giorno dopo lo spettacolo si è ripetuto. Se possibile più cruento e indegno. I ragazzi non hanno neppure tentato di manifestare un’opinione, si sono calati il passamontagna sulla testa e sono andati a devastare. Hanno divelto vetrine, saccheggiato vestiti, lanciato bombe carta, imbrattato, combattuto contro gli uomini in divisa. Pareva una guerra, e la stessa scena potrebbe ripetersi oggi se sono veri gli allarmi che arrivano dai social.
In uno Stato normale la politica dovrebbe agire compatta, serrare le fila e fare la ola alle forze dell’ordine, ringraziandole del lavoro immane che stanno facendo. Da noi no. O meglio, grazie alla risposta solerte del governo Meloni, arriveranno oggi a Milano 500 uomini dell’esercito per dare manforte alle pattuglie locali, ma certa sinistra variegata e salottiera ha deciso di mettersi di traverso e di soffiare sul fuoco delle polemiche.
Anche la narrazione dei fatti conta. Nel giro di poche ore l’orda barbarica scesa sulle nostre strade per gettare nel panico i milanesi è stata dipinta dai compagni rossoverdi come una fiumana di poveri cristi che volevano reclamare il pane per i figli, l’assalto ai forni manzoniano, «la roba» maledetta che seduceva lo zio Crocifisso nei Malavoglia del Verga. E i poliziotti, che contenevano i danni sono diventati, nel gioco sporco di certa sinistra estrema, squadracce mandate sul campo per reprimere la protesta democratica con metodi fascisti.
Comunisti, collettivi e centri sociali contestano anche il decreto sicurezza del governo, sono arrivati a paragonarlo alle leggi razziali, un delirio collettivo. L’idea di un’immigrazione di massa che arriva nei nostri quartierini lindi e li trasforma in una babele di multiculturalismo, piena di bandiere arcobaleno e spirito di inclusione terzomondista ha già mostrato le sue crepe.
Ora servono regole, polizia, controlli, istituzioni solide (prima della psicanalisi e della prevenzione). Non sindaci come lo sfuggevole Sala che danno un colpo al cerchio e uno alla botte, criticano i violenti ma poi attaccano il governo. O eurodeputate alla Salis (Ilaria) che difendono gli arrestati e paventano lo stato di polizia.
Inutile girarci intorno. I violenti dei cortei sono per lo più stranieri di nascita o di origine, e sono stati educati e cresciuti diversamente da noi. Non parlano italiano e non vogliono sottostare alle nostre leggi. Se ne fregano di ogni regola di decenza e civiltà, seguono la religione islamica e chissà cosa pensano delle loro e delle nostre donne. Vogliono robe di marca come quelle sfoggiate dagli idoli rapper che li compiangono sui social e poiché non sono in grado di guadagnarsele da soli, saccheggiano e arraffano. Una sorta di stupro collettivo delle città compiuto da irriducibili che agitano le masse spingendole all’irrazionalità e rendendole incontrollabili.
E noi milanesi, bolognesi, romani, torinesi che passiamo la vita a lavorare, che conosciamo il rispetto e la decenza verso il prossimo, dovremmo accettare tutto questo? Vanno puniti e la legge ripristinata. Non c’è spazio per le zone grigie: o lavori e ti integri o vai fuori dal Paese.
Il problema più grave però è il rovesciamento della medaglia: il violento compreso e lentamente idolatrato; le forze dell’ordine stigmatizzate e messe alla gogna. Si chiama mistificazione. E ha il sapore amaro di un veleno sociale. Ho visto poliziotti temere per la propria vita in piazza. E carabinieri fare scudo ai colleghi per salvare la pelle e tornare dalle loro famiglie. Chi tenta adesso di denigrarli è un cretino e un ingrato.
Il democratico Majorino, che a Milano scalpita per un posto da sindaco, ha promesso che se sarà eletto lui metterà la scritta sul comune, qui nessuno è straniero. Vorrei sapere cosa ne pensano i milanesi. Si immaginavano di diventare la capitale del futuro e si vedono proiettati in una Medina in salsa meneghina, dio ce ne scampi.
Il rischio peraltro è l’effetto domino. Che la gente si incazzi e reagisca. Abbiamo visto cosa è successo a Belfast mesi fa dove un senegalese ha tentato di decapitare un passante e l’odio è germogliato in una marea giustiziera pronta a fare fronte compatto contro l’invasore. Qui si rischia il medesimo effetto. Gli italiani sono pazienti. Però ne hanno piene le scatole. A Brescia sono comparsi i primi cartelli: via i maranza dalle strade e dai parchi! È un’iperbole di quattro esagitati. Ma le guerre talvolta cominciano così.
E con questo rendo il mio grazie eterno ai carabinieri, ai poliziotti, alla mia scorta, alle divise tutte che difendono le nostre vite. Eroi di ogni giorno, per un pugno di soldi e una montagna di fango e ingratitudine.
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