Un po’ come il pugile suonato che, stremato dai continui ganci dell’avversario, trova all’improvviso una spinta d’orgoglio.
Insomma, altro che «testardamente unitari». Nella volata finale Elly Schlein indossa l’elmetto e risponde a Giuseppe Conte, il boxeur che, a forza di gragnole, l’ha messa al tappeto. Il ring improvvisato è la direzione del Pd, riunita ieri per mettere in scena una sorta di Pride autunnale. «Sono generosa, ma non ingenua», tuona la segretaria per caricare la tifoseria che compone il parlamentino dem.
Da lì in poi è un assalto all’arma bianca, il soldato del Nazareno risponde punto su punto senza risparmiare nulla, insomma non è più tempo di offrire l’altra guancia, basta con le smancerie.
La prima stoccata è sulla guida del campo largo: «Che guidi il partito che prende un voto in più non è egemonia è democrazia. Se c’è chi non riconosce questo principio democratico faremo le primarie, le faremo e le vinceremo insieme, avendo poi cura di rappresentare tutti».
Per dirla ancora più chiara la segretaria dem stavolta non usa metafore: «Uno non vale uno, abbiamo il doppio dei voti». È proprio su questo punto, che a distanza di poche ore, risponderà l’ex premier da Frosinone: «Per me uno vale uno significa che contano i cittadini che per la stragrande maggioranza, il 60 e il 70%, dice basta a questa escalation militare, a suon di armi». Uno a uno e palla al centro.
Poi la segretaria spedisce un messaggio a larga parte del suo partito, quella che da mesi invoca la discesa in campo del federatore: «C’è qualcuno che tifa il pareggio e che pensa sempre che sarebbero meglio le larghe intese e allora forse sarebbe meglio un leader disponibile alle larghe intese».
La porta è chiusa annuncia Schlein: «L’impegno che abbiamo preso con i nostri elettori è chiaro noi andremo al governo solo vincendo le elezioni con la nostra alleanza progressista che vi piaccia o non vi piaccia».
Ce n’è anche per i padri nobili: «C’è chi vorrebbe condizionarci e darci la linea da fuori, c’è chi vorrebbe scegliere per noi, cercano di entrarci in casa ogni giorno per dividerci e per fare i comodi loro».
A questo punto è necessario fare un passo indietro, mercoledì Elly Schlein aveva riunito la segreteria e aveva ricevuto una sorta di avviso di sfratto. Dai «big» del correntone di Montepulciano, componenti di maggioranza ma tenuti in disparte, Peppe Provenzano e Antonio Misani la cantano chiaro: Elly batti un colpo, fai uscire il Pd dal cono d’ombra dove lo hai cacciato.
Un ragionamento condiviso dall’area di Stefano Bonaccini, che con il senatore Alessandro Alfieri chiede un sussulto di fierezza.
L’inquilina del Nazareno deve aver capito l’antifona e ieri si è presentata davanti alla direzione con il piglio di chi ha deciso di passare alla controffensiva. Basterà a rimettere in equilibrio un partito che è costantemente sull’orlo di una crisi di nervi?
Intanto la relazione della segretaria viene approvata all’unanimità, con i riformisti che ancora una volta non partecipano al voto.
Spiega il presidente del Copasir Lorenzo Guerini: «Sulla costruzione del programma e sulla individuazione del percorso che ci porterà alle primarie ci sono punti che abbiamo posto e devono essere ancora chiariti».
Dalla stessa corrente arriva un suggerimento utile ai fedelissimi, lo fornisce la senatrice Simona Malpezzi: «Primarie siano a due turni e con il voto in presenza».
In pratica uno schiaffo vero e proprio al M5S fermo sulla linea opposta: turno secco e apertura al voto online.
E sono proprio i gazebo, considerati ormai ineluttabili anche da parte di chi ha fatto di tutto per farli saltare, il terreno del prossimo match che si consumerà nell’alleanza.
Elly Schlein non vuole concorrenti interni, «Giorgio Gori se ne faccia una ragione», sottolineano i pasdaran,che bocciano la proposta dei riformisti.
In attesa della proroga della segretaria (che scadrà a marzo) affidata all’assemblea nazionale del 18 ottobre, al Nazareno si studia la mossa risolutiva per sciogliere i nodi che imbrigliano anche l’area moderata. Il rapporto preferenziale è da mesi quello con Matteo Renzi, che deve essere messo nelle condizioni di costruire la sua Casa riformista e di battere la concorrenza del duo Onorato-Bettini.
Tradotto: lo scontro totale tra Pd e pentastellati si riverbera nei cespugli, che partecipano al campionato minore con le insegne e sotto gli scudi delle rispettive case madri. Una sfida incrociata che si gioca a tutto campo. Dal ring può uscire qualsiasi risultato, i sondaggi ipotizzano uno scenario mozzafiato, con poca distanza tra i due caballeros.
Mentre gli assistenti preparano il duello, affinando le regole della convocazione dei «seggi», nell’ombra avanza pericolosamente uno spauracchio. I nostri eroi alla fine si presenteranno uniti e dentro la stessa coalizione, oppure alla fine divamperà l’incendio e salterà tutto?
C’è già un nome e un precedente che provoca il panico del campo largo: la maledizione di Enrico Letta. Il ko definitivo, corsi e ricorsi della stessa storia.
