C’è un contrappasso che non sta nei versi di Dante e che pure ha la stessa geometria crudele. L’uomo del vitalismo, del talento esplosivo, dell’energia che non chiedeva permesso, è stato prima svuotato e poi colpito di nuovo. Vittorio Sgarbi, settantaquattro anni, è ricoverato in terapia intensiva al Policlinico Gemelli di Roma, in condizioni che le fonti ospedaliere definiscono gravi. Quanto basta a chiudere un cerchio.
Per decenni Sgarbi è stato il contrario della misura. Voce alta, frase che mordeva, occhio che riconosceva un quadro prima ancora di nominarlo. Vitalismo non come posa, ma come fisiologia: fame di opere, di polemica, di presenza. In televisione, in Aula, nelle mostre, sembrava incapace di spegnersi. Chi lo detestava lo detestava per eccesso. Chi lo amava lo faceva per lo stesso eccesso. Nessuno lo associava al silenzio.
Il silenzio è arrivato dopo l’assedio. Tra l’autunno del 2023 e il febbraio del 2024 una campagna mediatica, nata dal Fatto e da Report, lo ha crocifisso: cachet per conferenze mentre era sottosegretario, e soprattutto il quadro di Rutilio Manetti, “La cattura di San Pietro”, raccontato come opera rubata e riciclata. Le ricostruzioni hanno fatto il giro del mondo prima ancora che un giudice pronunciasse una parola. Sgarbi ha parlato di persecuzione e si è dimesso. La macchina, intanto, aveva già lavorato.
La giustizia è arrivata tardi, e in senso opposto. Nel febbraio 2026, a Reggio Emilia, è stato assolto dall’accusa residua di riciclaggio: la Procura aveva chiesto tre anni e quattro mesi, due capi erano già stati archiviati, i difensori hanno parlato di macchina del fango e di danni morali non riparabili. A settembre la Corte dei conti ha respinto la pretesa di risarcimento per le consulenze. Sentenze che non restituiscono gli anni, né la salute.
Perché nel mezzo c’è stata la metamorfosi. Nella primavera del 2025 una sindrome depressiva grave lo ha tenuto per oltre un mese nello stesso Gemelli: isolamento, perdita di peso, rifiuto del cibo. Lui stesso ha raccontato di avere perso la voglia di mangiare e, per un tratto, di vivere. A febbraio è riapparso alla Certosa di Ferrara con il passo incerto e il volto scavato. Non era più l’uomo dell’energia.
Era un altro, assottigliato, come se la vita gli fosse stata tolta a rate.
Ora il secondo colpo. Lo stesso ospedale, un reparto più in basso, la terapia intensiva. Intorno, una lite familiare con la richiesta di un amministratore di sostegno e di perizie sulla sua autonomia: dolore privato diventato fascicolo. Non è questo il punto. Il punto è il contrappasso. A chi ha fatto del polemos una forma di intelligenza, è stata tolta prima la voglia, poi il corpo. Non dimentichiamo la campagna che ha preceduto il crollo, ingiusta nei tempi e smentita nei fatti. Un talento esplosivo non si processa in prima serata per poi assolverlo in un’aula vuota.
