Non hanno mai avuto bisogno di conquistare un voto per arrivare ai vertici dello Stato.
Adesso, però, chiedono agli italiani di dargli fiducia sulla parola. Sono Franco Gabrielli ed Ernesto Maria Ruffini, la nuova coppia del centrosinistra che punta a costruire un’alternativa all’attuale quadro politico.
I due hanno un tratto in comune: sono entrambi esponenti di primo piano dell’establishment, cresciuti e affermatisi all’interno della macchina pubblica. Il primo è stato praticamente quasi tutto: prefetto, capo della Polizia, direttore dei servizi segreti, numero uno della Protezione civile. Il secondo ha guidato l’Agenzia delle entrate.
In una intervista fiume ieri al Corriere, l’ex capo della Polizia ha raccontato che avrebbe potuto aspettare la nascita di un nuovo governo e magari ottenere un altro incarico, ma di aver scelto invece di impegnarsi direttamente nel progetto politico di Ruffini, senza chiedere ruoli o garanzie. Il Tempo aveva anticipato l’intenzione di Gabrielli di candidarsi in tempi non sospetti: già a febbraio.

La questione, naturalmente, non è mettere in discussione la legittimità di una candidatura di chi proviene dall’amministrazione pubblica, ma capire quale idea di politica ci sia dietro questa operazione.
La sensazione è che il progetto punti a rassicurare più che a scuotere, a trasmettere affidabilità ai centri decisionali più che a intercettare le aspettative degli elettori. Un disegno concordato con i poteri economici e che guarda ai mercati, alle grandi realtà finanziarie e a quei settori che non gradiscono sorprese dalle urne.
Un ex capo della polizia e un ex direttore dell’Agenzia delle entrate possono incarnare, almeno nell’immagine, la continuità delle istituzioni, la competenza amministrativa e la conoscenza dei meccanismi decisionali. Esattamente quelle credenziali che possono risultare rassicuranti per chi teme le sorprese della politica.
Resta da capire, però, quanto questo profilo possa parlare ad un elettorato che da tempo manifesta sfiducia nei confronti delle classi dirigenti. Gabrielli, nell’intervista, peraltro, colloca senza ambiguità il progetto nel centrosinistra, escludendo la prospettiva di un centro autosufficiente e dichiarandosi disponibile a un confronto ampio, senza veti nei confronti di Matteo Renzi e Carlo Calenda. L’obiettivo dichiarato è allargare il campo, costruire una proposta capace di superare gli attuali confini delle forze politiche e mettere a disposizione del Paese esperienza e competenza.
Ma anche in questo caso il nodo è la rappresentanza. Allargare il centrosinistra significa coinvolgere nuovi mondi, territori, sensibilità diverse, oppure aggregare chi può vantare un curriculum costruito nelle stanze dei ministeri?
Gabrielli ha rivendicato la propria esperienza ed ha, era prevedibile, criticato il governo Meloni, al quale ha contestato di non aver mantenuto molte delle promesse, in particolare sui temi della sicurezza e dell’immigrazione. Lui che aveva criticato i carabinieri di Milano che avevano inseguito il fuggitivo Ramy.
C’è poi un altro aspetto che rende significativa la sua discesa in campo: il passaggio dalla gestione di informazioni e apparati delicatissimi alla competizione politica. Nell’intervista Gabrielli ha affrontato il tema dei dossieraggi, respingendo l’idea di averli mai praticati e ricordando che le informazioni riservate conosciute durante la sua carriera appartengono allo Stato. Una precisazione che, va detto, lascia il tempo che trova: le informazioni appartengono allo Stato ma lui ne è a conoscenza.
Il progetto di Ruffini e Gabrielli dovrà comunque misurarsi con la capacità di trasformare il prestigio dei suoi protagonisti in consenso. Perché la competenza amministrativa non coincide automaticamente con la rappresentanza politica e la conoscenza dei meccanismi dello Stato non equivale alla capacità di raccogliere voti. Dalla stanza dei bottoni alle urne, dunque. Con una particolarità: Gabrielli e Ruffini hanno esercitato responsabilità conferite attraverso incarichi assegnati dalla tanto vituperata politica che ora, pero, si propongono di cambiare.
