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Dritto e rovescio, Capezzone inchioda la piddina: “Per dieci anni ci avete riempito di immigrati senza controllo”

L’intervento del direttore de Il Tempo sul tema dei giovani di seconda generazione e della sicurezza

È stato uno dei momenti più accesi della puntata di giovedì di “Dritto e rovescio”, il programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete4. Al centro del dibattito, il tema dei giovani di seconda generazione e della sicurezza. A prendere la parola, con toni particolarmente duri, è stato il direttore de “Il Tempo”, Daniele Capezzone, protagonista di un confronto serrato con Diana De Marchi del Partito democratico. Capezzone si è rivolto direttamente a una parte di quei ragazzi, sostenendo che per loro l’Italia sarebbe soltanto uno sfondo. “Voi avete solo disprezzo per l’Italia”, ha detto, aggiungendo che il Paese, “se va bene, è il palcoscenico delle vostre balordaggini, se va male è il palcoscenico dei vostri reati”.

Mentre parlava, De Marchi ha manifestato il proprio dissenso scuotendo la testa e provando a interromperlo. Il direttore ha chiesto più volte di poter concludere. “Posso finire?”, arrivando a ironizzare: “Posso finire o c’è Radio De Marchi?”.

Poi l’affondo politico, rivolto alla sinistra e alla linea sostenuta negli anni nei talk show: “È vergognoso che per dieci anni in questa trasmissione tu sei venuta qui a dire che era colpa degli altri, che era tutta percezione, che non abbiamo accolto bene, che non abbiamo compreso”. E ancora: “Per dieci anni ci avete riempito di immigrati senza controllo, per dieci anni avete giustificato ogni reato”.

Capezzone ha chiamato in causa anche il caso di Vicenza, sottolineando l’appartenenza politica del sindaco. “Ti informo che il sindaco che non ci ha capito niente di questa cosa è del Partito democratico”, ha affermato, chiudendo con una stoccata al partito di De Marchi: “Dove c’è il Partito democratico non ci si capisce niente”. De Marchi, dal canto suo, ha respinto l’impostazione del direttore, contestandone le affermazioni nel corso dello scambio. Un confronto che fotografa la distanza tra le due visioni sul tema dell’integrazione: da un lato chi chiede rigore e denuncia anni di sottovalutazione del problema, dall’altro chi rivendica la necessità di distinguere e di non generalizzare.

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