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DiMartedì, che rissa tra Calenda e Casalino: “Col superbonus si sono rifatti le ville a Capalbio”

Scontro in tv tra l’ex portavoce di Conte e il leader di Azione

Volano parole grosse negli studi di “DiMartedì”, su La7, dove il Superbonus torna a infiammare il dibattito politico. Da una parte Rocco Casalino, storico portavoce di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi; dall’altra Carlo Calenda, leader di Azione e da sempre tra i critici più severi del bonus edilizio al 110%. Il confronto degenera in pochi minuti, fino alla stoccata personale.

Ad aprire le ostilità è Casalino, che non usa giri di parole: “Io trovo davvero disonesto intellettualmente quello che lei fa”. Nel mirino c’è la cifra dei 250 miliardi più volte evocata da Calenda e, soprattutto, la tesi secondo cui quelle risorse sarebbero finite a chi non ne aveva bisogno. Per l’ex portavoce, i veri beneficiari sono stati altri. “Sono le imprese edili, i produttori di materiali, i serramentisti, gli impiantisti, il fotovoltaico. Sono le imprese che hanno ristrutturato le case”. E, rivolto al leader centrista, aggiunge: “E lei, che è di centro, dovrebbe aiutare la piccola e media impresa”.

Casalino rivendica poi il contesto in cui la misura è nata. “Il Paese era in ginocchio perché c’era stato un lockdown, se lo ricorda?”. Da qui la difesa a tutto campo dell’ex premier: “Lei attacca una persona, Conte, che ha salvato il Paese”, con un’economia che viaggiava su un Pil “a meno 9%”. Il debito, insiste, lo hanno fatto tutti: “La Francia ha fatto 200 miliardi di debito, la Germania ha fatto 200 miliardi di debito”. Ultimo argomento, la responsabilità politica della misura, che secondo Casalino non può ricadere solo sul leader del M5S. “Conte ha governato quella fase soltanto per sei mesi, dopo hanno governato Draghi e Giorgetti”.

La replica di Calenda parte dai numeri. Il senatore somma al Superbonus anche Quota 100, varata dal primo governo Conte con la Lega. “Le misure fatte da Conte sono costate 253 miliardi, non è un’opinione”, dice. Una cifra che, nel suo ragionamento, avrebbe potuto cambiare il volto del Paese: con quelle risorse, sostiene, si sarebbero potute portare a livello europeo “la sanità, la sicurezza, la scuola, per dieci anni”.

È a questo punto, tra continue interruzioni, che arriva la frecciata. Irritato dalla foga dell’interlocutore, Calenda lo punge sul piano personale: “Ti accalori manco attaccassi tuo fratello, vai a fare il comunicatore”.

Poi il leader di Azione torna all’affondo sul merito, descrivendo il Superbonus come una misura che ha scavato “una voragine nei conti pubblici” a vantaggio di una minoranza: il 4% degli italiani, dice, che ne ha approfittato “per rifarsi le case e le ville”. E per rendere l’idea sceglie un esempio destinato a far discutere: con quel provvedimento, osserva, un signore benestante poteva rifarsi “la villa a Capalbio” e “me lo pagava lo Stato dandomi il 10% in più”. Precisando di non averlo fatto personalmente, ma che “molti l’hanno fatto, anche quelli che lo contestavano”.

La chiusura è una domanda che suona come un atto d’accusa: “Ma ti sembra che un Paese con questa condizione della sanità e della scuola” potesse permetterselo? Uno scontro che conferma come, a distanza di anni, il Superbonus resti una delle ferite aperte della politica italiana.

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