Fuori dalla storia

Il “compagno” Landini torna al passato: “La causa delle guerre è il capitalismo”

A Roma il segretario generale della Cgil se la prende col mercato libero. Tensioni «per ragioni privatistiche». E l’IA diventa il nemico da abbattere

Nell’era dell’intelligenza artificiale, delle automobili che volano e in cui pensi di poter fare tutto dal divano, c’è ancora chi parla di lotta al capitalismo. Non è l’ennesimo film sulla macchina del tempo che ti riporta alle piramidi o, in questo caso, alla madre Urss, ma la conclusione dell’ultima assemblea di programma della Cgil.

Dopo il rilancio di una patrimoniale in stile sovietico, venduta come «contributo di solidarietà», il compagno Landini, dal Teatro Brancaccio di Roma, dichiara guerra al libero mercato. Secondo la sua personale tesi, le tensioni nel pianeta nascono «per ragioni privatistiche», o meglio perché «il profitto» diventa politica e, dunque, si sostituisce allo Stato. Ciò non è solo colpa del «cattivissimo Trump», sempre citato, ma di un sistema economico basato sulla proprietà privata, a suo dire «incompatibile con ogni forma di democrazia» e, quindi, da sostituire. Secondo “Maurizione”, non esiste altra strada per uscire dal baratro delle tensioni tra Stati e delle conseguenti crisi economiche.

Lo stesso «progresso», per l’ex metalmeccanico, è un male da curare a ogni costo. Non è un caso che metta in guardia le nuove generazioni sui pericoli di «un’intelligenza artificiale che sostiene i conflitti». Dimenticando, al contrario, che proprio grazie alla tecnologia, ai robot e alle scoperte si vive più a lungo e, soprattutto, meglio. Basti pensare ai risultati ottenuti in medicina e nel campo della sicurezza.

Un ragionamento, comunque, che poco ha a che vedere con quelle che dovrebbero essere le mansioni di un qualsiasi sindacalista. Questi dovrebbe occuparsi della quotidianità, di come far rispettare i diritti in un mondo che cambia, e non certamente ergersi a moderno Marx, discutendo di massimi sistemi. Sebbene l’operaio di Castelnovo lo desideri da tempo immemore, ancora non è a Palazzo Chigi né al vertice mondiale sul futuro del pianeta.

Ma la risposta all’ordinarietà, a certe latitudini, può ridursi in due semplici parole: sciopero generale. «È il momento grida ancora ai suoi di reagire, di non stare a guardare e mettersi in movimento». Nonostante il governo abbia aperto alla possibilità di modifiche alla manovra, invitando le parti sociali a collaborare, l’unica soluzione per il numero uno della Cgil è bloccare il Paese, creando disagi a milioni di italiani. Insomma, quella che per i suoi predecessori, vedi Di Vittorio, era «l’arma finale», da utilizzare quando non c’era più nulla da fare, adesso è semplice strumento di propaganda per attaccare Meloni.

Poco interessano i contenuti, anche se alla fine potrebbero rivelarsi non così «penalizzanti», come qualcuno vuole far intendere. Lo stesso confronto, previsto per il 13 novembre a Palazzo Chigi e chiaramente indicativo di un’apertura, per chi, probabilmente, ha più a cuore il campo largo che i suoi tesserati, è una perdita di tempo. «Hanno già deciso tutto», risponde a chi è poco interessato al progressismo e molto a come sbarcare il lunario.

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