l’analisi di bisignani

Bisignani: la finanza ebraica divisa su Netanyahu alla vigilia delle elezioni in Israele

Da New York a Londra, gli storici finanziatori dello Stato di Israele si dividono

Da Madrid a Parigi, passando per Roma fino a Gerusalemme, il vero spread è quello fra restare al potere e riuscire a governare. In Israele, tuttavia, una frattura sta facendo la differenza: Benjamin Netanyahu è riuscito persino a dividere il mondo della cosiddetta finanza ebraica. I grandi donatori, imprenditori e filantropi, da New York a Londra, che hanno contribuito alla costruzione e al consolidamento dello Stato si domandano sempre più apertamente se il premier stia proteggendo il futuro di Israele o il proprio. Non hanno mai costituito un blocco unico, ma oggi, dopo il 7 ottobre e il fuoco su Gaza, la distanza investe il rapporto tra la sicurezza di Israele e la sopravvivenza del suo governo. La frattura riguarda il giudizio su Netanyahu, non il legame con Israele. Per una parte dell’ebraismo americano è proprio quel legame a rendere necessaria la critica al premier: si può continuare a sostenere lo Stato ebraico dopo avere perso la fiducia nel suo capo di governo? L’esistenza dello Stato, la sua sicurezza, il legame con la diaspora restano impegni profondi; l’approvazione delle scelte del premier è un’altra questione. Netanyahu ha coltivato per anni la sovrapposizione fra il proprio destino e quello nazionale. Ora, però, deve fare i conti con quei cruciali sostenitori di Israele che quella delega non intendono più firmarla in bianco. La storia, del resto, aiuta a capire. Nell’Ottocento, Edmond de Rothschild finanziava insediamenti agricoli in Palestina: terra, lavoro, produzione. Nel Novecento, il banchiere Felix Warburg contribuiva allo sviluppo delle istituzioni che avrebbero accompagnato la costruzione dello Stato nel 1948. Dal 1951, con gli Israel Bonds, alla filantropia si affiancava uno strumento finanziario aperto a risparmiatori e istituzioni: la fiducia assumeva una forma più prosaica, ma anche più impegnativa, con tanto di scadenza, interessi, obbligo di rimborso. I governi potevano cambiare, ma il legame sopravviveva. Nessuna cabina di regia, nessuna fedeltà dinastica. E così per i decenni successivi.

Ma non è stato il 7 ottobre 2023 a creare la frattura. Già nell’agosto precedente, Arthur Dantchik, cofondatore di Susquehanna, aveva interrotto i finanziamenti al Kohelet Forum, il centro studi che aveva sostenuto la controversa riforma giudiziaria del governo. Motivo della scelta: la pericolosa frammentazione della società israeliana e la necessità di preservare la democrazia. Michael Bloomberg, dalle colonne del New York Times, aveva a sua volta avvertito che quella riforma metteva a rischio economia, sicurezza e alleanze internazionali. Del resto, per chi investe, l’indipendenza dei tribunali rappresenta anche una garanzia per contratti, brevetti e capitali. La qualità delle istituzioni entra nei bilanci prima di finire nei discorsi ufficiali. La distanza politica è visibile; una cassa comune di Wall Street per pensionare Bibi sarebbe suggestiva, ma non è documentata. Fra revocare la fiducia a un premier e finanziare il suo successore passa una differenza sostanziale. Le scelte divergono anche fra i grandi patrimoni: Bloomberg, Ackman, la famiglia Adelson non sono politicamente intercambiabili. Il punto debole di Netanyahu è proprio questo: può perdere interlocutori importanti senza che questi abbiano ancora scelto chi preferirebbero al suo posto.

Il massacro al rave di Re’im del 7 ottobre riunì nel dolore una società già lacerata. La difesa del Paese tornò a prevalere sulle fratture interne, ma la solidarietà nazionale non cancellò le domande sul fallimento della sicurezza e sulle responsabilità del governo. Con il protrarsi della guerra, il destino degli ostaggi, le migliaia di vittime civili a Gaza e l’assenza di una prospettiva politica hanno riaperto il conflitto sulle priorità. Il lutto aveva sospeso il regolamento dei conti, ma non lo aveva archiviato. Le obiezioni più difficili da liquidare sono arrivate, peraltro, anche dagli apparati di sicurezza. Ex vertici militari e dell’intelligence hanno contestato la conduzione della guerra. Nell’agosto 2025 il capo di Stato maggiore Eyal Zamir espresse contrarietà all’ulteriore espansione dell’offensiva a Gaza, segnalando i rischi per gli ostaggi e le conseguenze di un impegno militare prolungato. Non una rivolta dell’esercito, ma un dissenso sulle scelte strategiche. A complicare il quadro si aggiunge il conto dei riservisti e delle esenzioni dal servizio militare rivendicate dai partiti ultraortodossi: nelle famiglie il prezzo della guerra si misura in assenze, lavoro perduto e paura; nei negoziati di coalizione, più frequentemente, in seggi parlamentari. Quel prezzo ha anche un nome che Bibi conosce bene: Gadi Eisenkot, già capo di Stato maggiore e oggi suo principale rivale. Suo figlio Gal, riservista di venticinque anni, è morto combattendo a Gaza il 7 dicembre 2023. Nello stesso periodo Yair, figlio maggiore di Netanyahu, si trovava invece in Florida. È rimasto a Miami per gran parte della guerra, solo a fine agosto 2026 si è saputo che era stato riportato in Israele – a dicembre 2025 – per ragioni legate ad una minaccia iraniana. Ma il contrasto pesa in un Paese che ai propri figli chiede di indossare la divisa. E per Netanyahu è un confronto che nessuna strategia di comunicazione può neutralizzare facilmente.

New York, poi, offre un’altra prospettiva, purché si tengano distinti i piani. Secondo gli exit poll delle elezioni municipali, il 33 per cento degli elettori ebrei ha votato per Zohran Mamdani contro il 63 per cento che ha scelto Andrew Cuomo. Una minoranza consistente ha dunque contribuito all’elezione del primo sindaco musulmano della Grande Mela, critico delle politiche israeliane. Nel frattempo, influenti miliardari, fra cui Bloomberg e Ackman, sostenevano il fronte contrario a Mamdani. Qui il dato interessante è la distanza fra le scelte di grandi donatori e quelle di una parte degli elettori. Anche il denaro segue strade diverse: finanziare la politica americana, fare beneficenza o investire in Israele non significa sostenere un partito. Un assegno a Manhattan non diventa automaticamente un aiuto all’opposizione israeliana. È in questo clima di divisioni che si avvicina il voto del 27 ottobre. Anche un’eventuale sconfitta della coalizione di Netanyahu non assicurerebbe automaticamente ai suoi avversari una maggioranza capace di governare. E l’incertezza pesa anche nel Golfo, dove ogni apertura verso lo Stato ebraico deve fare i conti con la questione palestinese e con le opinioni pubbliche arabe. Prima ancora della convenienza economica, torna la domanda politica: chi firma un’intesa potrà mantenerla? È qui che il dissenso dei sostenitori storici di Israele diventa rilevante. Non occorre immaginare un ordine impartito da Wall Street: basta osservare quanto si sia consumata la fiducia in chi pretendeva di incarnare la sicurezza del Paese. Netanyahu, puntando sulla sicurezza, ha passato la maggior parte della propria carriera a presentarsi come la migliore assicurazione sul futuro di Israele. Ora, anche fra coloro che continuano a credere in quel futuro, c’è chi si domanda quanto costi rinnovare la polizza. E se il rischio maggiore, ormai, non sia proprio l’assicuratore. A Londra intanto si scommette su nuove elezioni a febbraio.

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