Ma davvero tocca a noi de Il Tempo, in quest’autunno che sa già di urne e di proclami da campagna elettorale, ricordare a tutti ciò che dovrebbe essere materia elementare, acquisita, digerita, quasi scolpita nel marmo del senso comune istituzionale?
Le Camere, nell’ordinamento italiano, sono due. Non tre. Non due e mezzo. Non due più un collegio di quindici che si scopre investito di una sovranità che la Costituzione non gli ha mai consegnato.
Camera e Senato. Elette. Responsabili.
Revocabili dal corpo elettorale alla scadenza, o prima se il Presidente della Repubblica scioglie. Questo è il circuito della legittimazione democratica. Il resto è garanzia, contrappeso, limite. Nobili funzioni, purché restino funzioni e non si promuovano da sé a potere concorrente.
La Corte costituzionale non è una Camera.
Non lo è per origine, non lo è per mandato, non lo è per responsabilità. I suoi giudici non chiedono i voti, non tengono i comizi, non rispondono agli elettori. E proprio per questo — proprio per questa «nobiltà» separata — non possono trasformarsi in terza Camera, intromettendosi in decisioni ad altissima connotazione politica e travestendo l’interventismo da sindacato giuridico.
Diciamolo con il garbo che si deve a un organo di garanzia, e con la franchezza che si deve a un Paese adulto. C’è un confine. Sottile, certo. Disputabile ai margini, certo. Ma non inesistente. E quando quel confine si sposta ogni volta che una maggioranza sgradita vara una legge elettorale, il confine cessa di essere diritto e diventa geografia variabile del dissenso.
Davvero qualcuno pensa che sia materia costituzionale — materia, cioè, di violazione di un principio supremo, di lesione di un diritto inviolabile, di stravolgimento della forma di governo — se un premio di maggioranza scatta al 40, al 41 o al 42%?
Altro che diritto. È valutazione tutta politica.
È il mestiere del legislatore, non del giudice.
È anomalo, in secondo luogo, che già il giorno dopo il varo della legge il Presidente della Corte rilasci interviste su come e quando la Corte agirà. Non un saluto istituzionale.
Non un richiamo al riserbo. Una mappa dei tempi. La possibilità di dimezzare i termini. Il richiamo, quasi didattico, alle sentenze del 2014 e del 2017 sul premio di maggioranza e sulle liste bloccate. Una reattività quasi politica, rivestita dal lessico della prudenza. Giovanni Amoroso è un magistrato di lunga scuola, eletto dalla Cassazione, giunto alla presidenza il 21 gennaio 2025. Qui, con rispetto, gli si contesta — e gli si deve contestare, in una Repubblica che non abbia paura delle proprie istituzioni — l’opportunità. Il Presidente di un organo di garanzia, il giorno in cui una legge è appena uscita da Montecitorio, non entra nel calendario della contesa. Non anticipa la corsia preferenziale. Non disegna, davanti ai lettori del Corriere, il perimetro dentro il quale la futura decisione si muoverà.
Si dirà: ha parlato di tempi, non di merito. È l’obiezione di chi non ha mai visto una campagna elettorale. I tempi, in questa materia, sono il merito. Dire che la Corte può dimezzare i termini per arrivare prima delle urne significa annunciare che l’organo si considera parte della sequenza politica, non un giudice che attende la questione se e quando essa sarà sollevata. Dire che un giudizio a Camere già elette sarebbe da evitare significa suggerire che la pronuncia deve interferire con il calendario del voto. Dire che la giurisprudenza è già delineata significa, lo si voglia o no, prefigurare l’esito alle orecchie di chi sta scrivendo i ricorsi.
Il riserbo non è un vezzo britannico. È la condizione stessa della credibilità. Un giudice che commenta la causa prima che la causa esista non è più soltanto un giudice. È un attore del dibattito. Gli attori del dibattito, in un regime liberaldemocratico, si chiamano partiti, giornali, elettori. Non collegi costituzionali.
È anomalo, in terzo luogo, che la sinistra stia organizzando intorno alla presentazione dei ricorsi un clima da tifo. Tutto ciò è legittimo, per carità: in un Paese libero si manifesta, si scrive, si firma, si ricorre. Ma è politica. Anzi, è propaganda.
Nulla a che vedere con il diritto, se non per il tramite strumentale di un’azione processuale costruita per ottenere in Camera di consiglio ciò che non si è ottenuto in Aula.
Il tifo ha i suoi riti. I costituzionalisti amici schierati in conferenza stampa. I comitati. Le firme raccolte con la solerzia di una campagna. I retroscena che già scontano «il ritocchino da lassù». L’attesa messianica della sentenza che rimetta in ordine il mondo, cioè che rimetta in minoranza chi ha la maggioranza. È un genere letterario, a questo punto. Lo conosciamo dalla stagione del Porcellum, lo abbiamo rivisto con l’Italicum, lo ritroviamo oggi con qualunque nome di fantasia — Melonellum, Stabilicum — la polemica voglia affibbiare alla legge di turno.
Andranno allora ricordate, perché non sono un vezzo da eruditi, le perplessità che molti padri costituenti avevano verso la Corte. Non era un caso. Non era distrazione. Non era nostalgia dello Statuto albertino in quanto tale. Era una diffidenza precisa, e da più sponde, verso l’idea che un collegio non eletto potesse collocarsi al di sopra delle assemblee elette.
Palmiro Togliatti, nella discussione generale sul progetto di Costituzione, parlò della istituenda Corte come di una bizzarria. Un organo, disse in sostanza, che non si sa bene che cosa sia, e grazie al quale degli illustri cittadini verrebbero collocati al di sopra di tutte le assemblee, al di sopra del Parlamento e della democrazia, per essere giudici. Il leader comunista temeva — da giacobino, da uomo di un partito che voleva la Costituzione come leva e non come freno — che un collegio tecnico diventasse un freno dal suo punto di vista. La parola che scelse, bizzarria, è rimasta. E oggi suona, paradossalmente, come un avviso anche a chi Togliatti lo avversava.
Pietro Nenni non fu più tenero. La stagione costituente lo vide mettere alla berlina l’ipotesi stessa di una Corte siffatta. Il socialismo di allora diffidava di ogni congegno che sottraesse al Parlamento, cioè alla politica organizzata, l’ultima parola sulla legislazione. Si può giudicare quella diffidenza angusta. Non si può fingere che non ci fosse.
Dall’altra sponda, i grandi notabili liberali sopravvissuti al fascismo non erano meno ostili. Francesco Saverio Nitti, che pure diffidava di ogni terza Camera travestita — e lo disse chiaro quando si discusse di Assemblea Nazionale permanente — apparteneva alla stessa famiglia di sospetti: il sospetto liberale verso i corpi irresponsabili che si ergono a tutori della volontà popolare.
Non furono resistenze di dettaglio. Furono resistenze di architettura. La destra liberale temeva un governo dei giudici. La sinistra socialcomunista temeva un governo dei notabili contro le maggioranze. Due paure speculari, nate dalla stessa intuizione: che un organo di giustizia costituzionale, se non è tenuto stretto al ruolo di legislatore negativo, diventa un legislatore positivo senza elettori.
Del resto gli Stati Uniti, che pure hanno inventato con Marbury v. Madison il judicial review, conoscono da quasi un secolo la political question doctrine. Ci sono questioni che le corti rifiutano perché affidate, dalla Costituzione e dalla prudenza, al processo politico. Non è vigliaccheria. È separazione dei poteri.
La Francia della Quinta Repubblica ha custodito, anche dentro il Conseil constitutionnel, un ritegno proporzionale alla sacralità della legge votata dal Parlamento. La Germania controlla le soglie di sbarramento con una giurisprudenza fitta, ma non pretende di scegliere al posto del Bundestag il punto esatto in cui la governabilità incontra la rappresentanza.
L’Italia ha fatto la scelta opposta, senza mai dichiararla. Ha accettato che la soglia, il premio, la lunghezza della lista, il nome del candidato premier stampato sul simbolo diventino questioni di legittimità costituzionale anziché di opportunità politica. E ogni volta che la maggioranza di turno vara la sua legge, l’opposizione prepara il fascicolo.
SÌ. Tanti sono i voti favorevoli con cui è passata la legge elettorale in terza lettura alla Camera.
Un liberale non chiede una Corte muta. Chiede una Corte che sappia di non essere il popolo. Luigi Einaudi diffidava di ogni potere che non rendesse conto. Benedetto Croce ricordava che la libertà vive nelle assemblee e nella stampa prima che nei collegi. Non sono reliquie. Sono il lessico stesso di una destra liberale che in Italia ha avuto pochi eredi e molti usurpatori del nome.
Il liberalismo, se la parola ha ancora un senso e non è un cimelio da museo, sta da questa parte. Dalla parte delle assemblee responsabili.
Dalla parte del cittadino che può premiare e punire. Dalla parte di un giudice che sia forte proprio perché raro.
Non dalla parte di una terza Camera che non si candida, non decade, non rende conto, e tuttavia pretende l’ultima parola sulla regola con cui gli altri vengono eletti.
Due Camere, non tre. Il resto, se è politica, resti in politica. E se è diritto, attenda di essere diritto, non il prolungamento di una campagna.
