OCCIDENTE AL BIVIO

Intifada nel cuore d’Europa: questo è il jihad francese

Mentre circa un quarto dei neonati porta nomi islamici e le strade bruciano, la Francia scopre che l’islamismo è solo il sintomo di un crollo spirituale

La Francia brucia. E non da oggi. Quattrocento scuole distrutte o danneggiate, negozi saccheggiati, autobus dati alle fiamme, agenti di polizia e insegnanti feriti. E il bilancio è destinato a crescere. I media mainstream e la classe politica si rifiutano di guardare in faccia la realtà, derubricando i disordini a mere manifestazioni di disagio socio-economico. Ma la verità è un’altra: ciò che si consuma in Francia non è una protesta sulla scia del Maggio ’68, bensì una globalizzazione dell’Intifada. Non è un caso che i sediziosi sventolino bandiere palestinesi anziché il tricolore francese. Le centinaia di movimenti che nel mondo combattono in nome della causa palestinese non cercano la giustizia, ma la distruzione dell’Occidente. E la Francia è la prossima della lista. Secondo l’INSEE (l’Istituto nazionale di statistica francese), oltre il 10% della popolazione residente è composto da immigrati che, sommati ai loro discendenti, arrivano a rappresentare più di un quinto dell’intera popolazione. Nei suoi studi, il demografo Jérôme Fourquet ha evidenziato come negli anni ’60 la percentuale di maschi a cui veniva imposto un nome arabo-islamico fosse inferiore all’uno per cento. Negli ultimi anni, tale quota è impennata fino a raggiungere il 18-20% del totale dei neonati. Poiché la legislazione francese vieta allo Stato di raccogliere dati su base etnica o religiosa, l’analisi dei registri anagrafici è diventata lo strumento principale per stimare le trasformazioni culturali e le tendenze migratorie. Fourquet rileva inoltre un altro dato significativo: all’inizio del XX secolo, circa una bambina su cinque riceveva il nome cattolico Marie; oggi tale percentuale è precipitata a un minimo storico inferiore allo 0,5%. Il significato di questi dati (e di molti altri) è chiaro: mentre la comunità islamica rafforza la propria identità e rifiuta l’integrazione, la Francia non musulmana sta smarrendo le proprie radici cristiane.

L’idea che il miglioramento delle condizioni economiche degli immigrati possa favorirne la pacificazione e l’integrazione ricorda da vicino la “concezione” (la concepzia) che ha dominato in Israele fino al 6 ottobre 2023. Per anni, gli apparati di sicurezza israeliani hanno raccomandato concessioni economiche e opportunità di lavoro per i palestinesi, garantendo che ciò avrebbe preservato la calma. Un errore drammatico. Il massacro del 7 ottobre ha dimostrato anche ai più scettici e ingenui che la barbarie preferisce sterminare gli ebrei, persino a costo della propria rovina. I tre anni trascorsi da allora hanno dimostrato che Israele ha radicalmente superato quella vecchia illusione. Non ci limitiamo più a reagire ad attacco avvenuto, ma interveniamo fin dalla fase delle intenzioni. Chi pianifica di colpire viene colpito per primo, nello spirito del principio Talmudico: “Se qualcuno viene per ucciderti, alzati di buon’ora e uccidilo per primo”. La grande maggioranza degli israeliani comprende ormai che l’idea di uno Stato palestinese non è che il preludio all’annientamento di Israele. Non abbiamo alcuna intenzione di permettere a dei barbari di fondare un califfato islamico sulla dorsale montuosa, a 900 metri d’altitudine, proprio di fronte ai principali centri abitati del nostro Paese. L’Europa, al contrario, non ha abbandonato le proprie illusioni. È una triste tradizione: già negli anni ’30 del secolo scorso, la leadership europea ignorò i tonanti segnali d’allarme, preferendo appeasement e concessioni al mostro nazista in cambio di una temporanea illusione di pace. Gli islamisti dichiarano apertamente l’intenzione di conquistare il Vecchio Continente attraverso il “jihad silenzioso”, la cui strategia fondamentale è il ripopolamento migratorio e il raggiungimento della supremazia demografica. Un insigne professore mi raccontò che già negli anni ’90 chiese a un collega belga: “Guarda come sorgono moschee a ogni angolo; cosa farete quando i musulmani prenderanno davvero il controllo del Belgio? Come li combatterete?”. Il belga, fervente cattolico, rispose con sconcertante sincerità: “Non li combatteremo. Ci convertiremo all’Islam. Hanno già dominato l’Europa occidentale in passato, lo faranno di nuovo”. Mentre i nemici dell’Occidente sono pronti a sacrificare la propria vita per la distruzione della civiltà giudaico-cristiana, la società europea non è disposta a pagare alcun prezzo per la propria libertà.

La vicenda del volo da Dubai ne è un chiaro emblema: Yaniv Ohayon, l’idraulico che ha sventato il disastro aereo, non serviva in un’unità combattente. Ciononostante, è corso all’attacco contro il terrorista, a rischio della propria vita. Grazie al suo sacrificio e alla sua prontezza — uniti al coraggio del pilota indiagrande nazione: l’Umma islamica. Questi milioni di individui non hanno alcuna intenzione di integrarsi nella vecchia società europea, bensì di sostituirla — anche se i media continueranno a minimizzare il pericolo e i politici mormoreranno frasi di circostanza sulla “situazione”, fingendo un ritorno alla normalità. Nelle sue opere, lo storico britannico Arnold Toynbee ha scritto che “le grandi civiltà non vengono assassinate; piuttosto, si suicidano”. Toynbee, che ha studiato l’ascesa e la caduta di decine di civiltà nel corso della storia umana, è giunto a una conclusione fondamentale: la vera minaccia esistenziale è quasi sempre scaturita dall’interno, non da conquiste esterne. Gli islamisti che minacciano di conquistare l’Europa sono soltanto il sintomo. La causa profonda dell’impotenza europea è il crollo dello spirito d’Europa e la perdita della fede, spinta fino alla rinuncia alla vita stessa. La Francia di Macron ha scelto i palestinesi e ha rinnegato le proprie radici giudaico-cristiane; ora si ritrova uno Stato palestinese al proprio interno. Presto accadrà in altre parti del continente. C’è ancora margine per agire e prevenire il disastro. In Israele ci sono diverse forze civiche che sarebbero felici di aiutare i nostri amici in Europa. Ma l’Europa saprà risvegliarsi?

Articolo in collaborazione con Israel Hayom

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