Camorra, ‘Ndrangheta, Mafia siciliana, poi le realtà autoctone come i Casamonica e quelle straniere come la criminalità albanese. Tra le strade della Capitale c’è spazio per tutti e, come mostrano le inchieste di polizia e carabinieri, le organizzazioni si dividono i quartieri in un sistema capace di garantire equilibrio. O almeno così è stato fino all’omicidio di Fabrizio Piscitelli, noto come “Diabolik”.
Ma come si divide il potere a Roma? Secondo la Direzione Investigativa Antimafia le organizzazioni più presenti sono Camorra e ‘Ndrangheta. I clan Moccia, Senese, Amato-Pagano, D’Amico-Mazzarella e Licciardi gestiscono territori al Tuscolano, al Flaminio (dove c’è anche la criminalità albanese) a Torre Angela e Tor Bella Monaca. Ma non solo. Teatro degli interessi del sodalizio campano è anche il centro storico, in particolare i rioni Monti, Pigna, Parione e Borgo. Le cosche dell’Ndrangheta nella capitale sono le ‘ndrine degli Alvaro, Piromalli, Marando, Mancuso, Mazzaferro-Morabito e Mammoliti. Controllano la Borghesiana e convivono con gli altri gruppi al Tuscolano e a Torre Angela.
Poi c’è Cosa Nostra, rappresentata dalla famiglia Rinzivillo. E quelle che vengono chiamate le «mafie autoctone»: il clan dei Casamonica, degli Spada e dei Fasciani che si dividono il lido di Ostia, i quartieri di Roma Sud di Tor de Cenci e Fonte Ostiense. Ma anche Roma Est, oltre il GRA, dove coabitano con gli altri gruppi a Tor Bella Monaca e gestiscono Casal Morena, Torrenova e Lunghezza.
Ma come coesistono queste organizzazioni? Una risposta arriva dall’operazione “Assedio” della Dia. Dalle carte emerge il rapporto tra le ’ndrine Mancuso e Mazzaferro e il clan dei Senese. I calabresi avrebbero operato a Roma perché Vincenzo Senese «promuoveva l’associazione proponendosi come collettore degli interessi della criminalità organizzata per gli investimenti e il reimpiego dei capitali illeciti provenienti dalle attività dei clan». Insomma, a Roma si poteva operare solo se veniva concesso un nome: chi lo utilizzava doveva rispettare regole di comportamento e cedere parte dei proventi al protettore, ottenendo in cambio una sicurezza nelle piazze di spaccio. Il sistema consentiva anche di esercitare una forza intimidatoria, con le azioni compiute dai sodali, anche violente, che rafforzano la reputazione del clan.
Un meccanismo ricostruito anche dall’operazione “Cacher” dei carabinieri. Giuseppe Molisso e Leandro Bennato avrebbero guidato un gruppo per riunire sotto un unico controllo diverse piazze di spaccio della Capitale, proteggendo gli affiliati e mediando nelle dispute tra capi piazza. Molisso è già condannato all’ergastolo, Bennato è al regime 41bis e lo scorso 9 settembre ha ricevuto una nuova misura cautelare: con l’inchiesta “Roma Diabolika” è indicato come mandante, insieme a Michele Senese e Alessandro Capriotti, dell’omicidio di Piscitelli, avvenuto il 7 agosto 2019 al parco degli Acquedotti. E la rottura degli equilibri criminali della Capitale, tra le possibili piste, potrebbe partire proprio dalla sua uccisione.
Capo ultrà degli Irriducibili, cresciuto sotto l’ala dei Senese, Piscitelli aveva costruito con Fabrizio Fabietti un sistema che era un rischio per gli altri gruppi e non rispondevano più a quelle regole su cui si basava l’equilibrio.
Le inchieste raccontano che Diabolik si era allargato troppo. E non lo aveva fatto da solo. Insieme a lui c’era la batteria della criminalità albanese di Elvis Demce, e la sua espansione si era scontrata con Bennato. Il traffico di droga di Piscitelli andava da Ponte Milvio al Tuscolano. Ed è proprio qui, a Roma Est, che si concentra un laboratorio criminale dall’equilibrio che sembra sempre più precario.
I Senese controllano Tuscolano e Don Bosco, e il Quarticciolo, dove convivono con gruppi romani bande di magrebini e albanesi. A San Basilio c’è la ‘Ndrangheta, con clan romani legati alle famiglie calabresi. A Tor Bella Monaca ci sono tutti: Casamonica, ‘Ndrangheta, Camorra con i Moccia e il clan autoctono Cordaro.
Una convivenza difficile segnata dalle ultime esplosioni? È ciò che cercano di capire polizia e carabinieri, a cui la Direzione Distrettuale Antimafia ha affidato l’indagine. Di certo nell’ultimo mese e mezzo sono state piazzate otto bombe, quasi tutte contro attività o palazzi collegati a nomi noti alle forze dell’ordine. Il 3 ottobre una bomba carta ha colpito l’autonoleggio Costantino Rent Cars, dei fratelli Emanuele e Alessio, sfuggiti nel 2021 a un agguato a colpi di pistola mentre erano al Roxy Bar, a pochi passi da una sala scommesse colpita da un ordigno il 2 ottobre. A ordinare l’esecuzione, secondo gli investigatori, fu Molisso. Giovedì un’altra bomba contro il concessionario Gold Car a Centocelle, di Samuel Calì, famiglia che secondo chi indaga avrebbe legami con i Costantino. Tra il 28 e il 30 agosto due ordigni erano stati lanciati contro la Travis Car di Manuel Sammarco, arrestato nel 2023 con un chilo di cocaina e vicino agli ambienti del Quarticciolo.
Le due ondate esplosive sono separate dal 9 settembre e dall’inchiesta “Roma Diabolika”: molti boss sono in carcere e altri latitanti lontano da Roma. Un clima che potrebbe contribuire a una forte instabilità del sistema criminale, con una progressiva perdita di capacità di contenimento dei conflitti e il tentativo di creare nuovi equilibri e posizioni di potere tra le vie della Capitale.
