GERUSALEMME Alla vigilia del voto per rinnovare il governo di Israele, nella Città Santa si respira aria di referendum su Benjamin Netanyahu. Il Paese torna alle urne tre anni dopo il 7 ottobre 2023, con la guerra ancora presente. Spostandosi fra il centro e il mercato, le opinioni cambiano a ogni conversazione. Favorevoli o contrari a Bibi, il dibattito è questo anche per le vie del suq tra i negozi quasi vuoti, dove i volti degli esercenti raccontano quanto il massacro abbia travolto anche loro. Ma il voto è soprattutto una scelta su Netanyahu. Chi vuole mandarlo a casa deve però trovare una maggioranza.
La sinistra sionista è rimasta soprattutto quella dei Democratici di Yair Golan. Naftali Bennett, Avigdor Lieberman e l’ex generale Gadi Eisenkot vengono dalla destra e dal centro. E non intendono rinnegare la dottrina imposta dal fallimento del 7 ottobre: prevenire le minacce anziché aspettarle. É la linea che difficilmente cambierebbe con un altro governo. Il Paese, infatti, sembra più che mai spostato a destra, ma quella destra è divisa sul futuro del premier.
Netanyahu ha affidato al suo ultimo video elettorale una frase che riassume la richiesta di un altro mandato: «La missione della mia vita è guidare lo Stato di Israele. Proteggere il nostro paese». Il filmato si chiude con l’invito agli israeliani a votare per il Likud. Il premier mette la sicurezza nazionale al centro della sua campagna, mentre proprio il servizio militare divide una parte del suo elettorato dagli alleati religiosi. La frattura più profonda, infatti, riguarda la leva. Domenica sera a Gerusalemme si distribuivano volantini contro le esenzioni e i finanziamenti agli ultraortodossi. «Chi non presta servizio e non lavora non riceva un solo shekel dallo Stato», si legge. «Non sionista, non a nostre spese», è lo slogan. C’è chi combatte a Gaza e in Libano, mentre i partiti haredi difendono la possibilità di continuare a studiare la Torah senza arruolarsi. Un padre israeliano ha il figlio più giovane nell’esercito e condivide con Il Tempo un messaggio del ragazzo: «Perché gli ortodossi non fanno il servizio militare? Noi andiamo a Gaza, andiamo in Libano e loro no». La domanda scuote anche la destra laica, ostile alle concessioni fatte dal premier agli alleati religiosi. Netanyahu, forse, potrebbe perdere voti proprio a destra. Ma gli ultraortodossi potrebbero decidere chi governerà? Nei quartieri religiosi di Gerusalemme i rabbini hanno convocato incontri e chiesto garanzie sullo studio della Torah. Moshe Maya, membro del Consiglio dei Saggi della Torah di Shas, ha ipotizzato un blocco capace di trattare con entrambi gli schieramenti: «Non bisogna andare né con Bibi né con Eisenkot. Con chi offrirà di più». Netanyahu, intanto, cerca di evitare la dispersione dei voti religiosi. La lista Achi si è ritirata dopo un’intesa nella quale, secondo una registrazione trasmessa da Channel 13, il premier ha approvato impegni relativi a una futura carica di viceministro. Anche HaKahal si è ritirato, invitando a sostenere lo schieramento religioso. Gruppi antisionisti, invece, invitano a non votare.
E poi ci sono i kibbutz, quelli assaliti il 7 ottobre che appartenevano alla sinistra israeliana, agli accordi di Oslo e al dialogo con i palestinesi. Fra alcuni sopravvissuti affiora il sentimento di essere stati traditi perché il massacro ha scosso convinzioni costruite in decenni. Non sappiamo se questa disillusione si tradurrà in voti per Netanyahu. Però ha reso più difficile, per una parte degli israeliani, accettare che il futuro governo dipenda dai partiti arabi. Anche con numeri favorevoli, l’opposizione potrebbe non riuscire a formare una maggioranza. E i sondaggi non aiutano a sciogliere i dubbi. Maariv-Lazar del 23 ottobre, assegna 48 seggi al blocco Netanyahu, 54 all’opposizione sionista, 14 ai partiti arabi e quattro alla lista Hendel-Zelikha. Ma per governare servono 61 deputati. Asher Ben Artzi, già responsabile dell’Interpol per la polizia israeliana e oggi presidente di Black Wall Global, descrive quella contro il premier come una campagna «in parte fondata su ragioni legittime, in parte su menzogne». L’impianto dell’accusa giudiziaria contro Netanyahu gli sembra poco convincente e si augura un’assoluzione. Ma sull’esito del voto non azzarda previsioni: «Non credo si possano prevedere le possibilità dell’una o dell’altra parte. Non lo so nemmeno io».
Intanto, il presidente americano Donald Trump è tornato a sostenere Bibi, chiedendo di votarlo per «finire il lavoro» cominciato insieme. Anche l’Iran entra nella campagna. Netanyahu ha avvertito Teheran che un eventuale attacco riceverebbe una risposta durissima. Ma oggi l’attenzione é puntata su possibili incidenti dopo i risultati. Per questo motivo sono stati messi in campo 22 mila agenti. Votano anche i soldati dell’Idf in Libano, Siria e Gaza, impegnati sui fronti militari, mentre il Paese sceglie il prossimo governo. Il Comitato elettorale prevede fino a 650 mila voti in doppia busta, soprattutto per i riservisti ancora mobilitati e per gli sfollati che non possono raggiungere il loro seggio. Non saranno seggi assegnati a parte. Il loro scrutinio, infatti, confluirà nel conteggio nazionale, ma potrebbe modificare gli equilibri iniziali.
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