Dai black bloc ai coordinatori digitali: social, radicalismo e nuove reti di mobilitazione. Anche la Spagna del modello Sánchez, tanto decantato dalla sinistra italiana, scopre la guerriglia urbana. Barcellona come Milano. E prima ancora Parigi. Cambiano le città, ma le immagini sembrano ripetersi: vetrine infrante, negozi saccheggiati, barricate, incendi e giovanissimi che affrontano le forze dell’ordine. Nella capitale catalana, sabato sera, il bilancio è pesantissimo: 128 arrestati, di cui oltre settanta minorenni, 15 agenti feriti. Decine di negozi saccheggiati. E anche lì tutto nasce da una convocazione sui social.
Vogliamo ancora liquidare questi episodi come semplici esplosioni di disagio giovanile? Dietro le piazze europee emerge un fenomeno più complesso. E le indagini della Digos e della polizia postale italiana che sabato scorso hanno portato in carcere Youssef Siher ne sono la conferma. Reti digitali capaci di mobilitare migliaia di ragazzi, molti dei quali riconducibili al fenomeno “maranza”, impartire indicazioni operative e trasformare rapidamente una protesta in un’occasione di violenza. L’esistenza di un’unica centrale internazionale è al momento solo un’ipotesi al vaglio degli investigatori italiani, francesi e spagnoli, che si muovono coordinati con un febbrile scambio di informazioni tramite Europol. Ma le analogie organizzative sono impressionanti.
Ieri i black bloc, riconoscibili per abbigliamento, tattiche e modalità di azione. Oggi accanto alla loro evoluzione degli esecutori materiali, la presenza di una figura diversa: il coordinatore digitale. Non scende in piazza, ma conosce gli algoritmi, governa i canali social, alimenta la mobilitazione e può orientarne tempi e modalità.
Il caso di Youssef Siher è emblematico. Trent’anni, italiano di seconda generazione, ricercatore, già collaboratore dell’ISPI e del Fatto Quotidiano. Non certo lo stereotipo del giovane emarginato. Secondo la Procura, sarebbe lui la mente del Movimento 17 ottobre, capace di raggiungere potenzialmente 150mila persone attraverso Instagram e di qui, Telegram. È stato fermato con accuse che comprendono l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di eversione, l’apologia di reato e la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche.
Nell’indagine non mancano riferimenti al manuale della Primavera araba e all’invito a replicare le proteste francesi. Un repertorio di tecniche che attraversa epoche e confini, adattandosi alle nuove piattaforme. Anche a Barcellona, secondo la polizia spagnola, dalle convocazioni su TikTok si passava a gruppi Telegram e WhatsApp, dove circolavano le istruzioni per saccheggiare negozi ed evitare i controlli. Come a Milano. Come a Roma, come a Parigi.
Quali ambienti ideologici alimentano queste mobilitazioni? Il profilo politico di Siher, vicino all’attivismo filopalestinese, aveva già mosso da tempo la nostra intelligence sui collegamenti con soggetti coinvolti nell’inchiesta genovese sui finanziamenti ad Hamas. Verifiche complesse che daranno presto risposte. Al centro la convergenza fra antagonismo radicale, propaganda antioccidentale e ambienti islamisti di seconda generazione.
E oggi si aggiunge la Spagna di Pedro Sánchez, celebrata dalle nostre sinistre come modello di crescita economica e integrazione. Una celebrazione andata in frantumi con le vetrine di Barcellona. La vera risposta, dunque, non sta nel capire chi materialmente rompe una vetrina. È capire chi convoca, chi organizza, chi diffonde le istruzioni e soprattutto chi trae vantaggio dalla trasformazione della rabbia giovanile in violenza. Risposte che le complesse indagini che hanno già portato dietro le sbarre Shier, forniranno presto. Ma una cosa appare chiara: la guerriglia urbana sta cambiando pelle. E continuare a raccontarla soltanto come disagio sociale significa rischiare di non comprenderne i nuovi meccanismi.
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