In politica la forma è sostanza, l’immagine è il messaggio, le parole una metonimia di una visione del mondo. Abdul El-Sayed, figlio di immigrati egiziani, fresco vincitore delle midterm in Usa e primo senatore musulmano ad entrare nel Congresso nella storia americana, ne è un limpido esempio.
Le parole pronunciate dopo la sua elezione e, soprattutto, il contesto in cui sono state declamate sono in questo senso emblematiche: El Sayed è apparso sul palco spigliato, fisicamente tonico, sorridente, sicuro di sé; la moglie, Sarah Jukaku, anche lei medico, lo ha raggiunto poco dopo con tono assai più dimesso, hijab a coprire il capo e l’atteggiamento di chi deve stare sempre un passo indietro. Anche lei è musulmana, ma originaria dell’India, e ha conosciuto suo marito all’università attraverso un’associazione di studenti musulmani. El Sayed l’ha chiamata sul palco apparentemente per ringraziarla per il sostegno - cosa in effetti avvenuta, a parole: «Voglio ringraziare solo la mia splendida moglie da 20 anni. Per tutto quello che sta facendo a casa», ha detto. «Ci sono molte notti dove non puoi dormire nel tuo letto e io sapevo mentre viaggiavo per lo Stato che le nostre due bambine sarebbero state ben accudite». Visto in controluce: il politico in carriera pensa alle elezioni; sua moglie, invece, bada al focolare domestico con il velo in testa.
Concludendo poi il suo discorso con questa frase: «Questa sera possiamo trasformare quell’Inshallah in un Alhamdulillah», cioè trasformare un «se Dio vuole» in un «Dio sia lodato».
E se è vero come è vero che in queste circostanze il significante (il contenitore) è il significato (il contenuto), quello che ne viene fuori è un’immagine estranea e straniante, lontana da quella che fino ad oggi siamo stati abituati a vedere nei discorsi politici da questa parte dell’emisfero. Tale stacco culturale, forse persino antropologico, è stato messo in risalto anche da Donald Trump durante la campagna elettorale, sempre attraverso un’immagine: da una parte lui e Melania, dall’altra El-Sayed e Sarah. Una differenza per descrivere la quale le parole non servono. E anche se El-Sayed è sulla carta un democratico, in questa istantanea di progressista c’è davvero poco, mentre c’è tutto il suo contrario: fede religiosa, patriarcato in filigrana, ferma volontà di affermare i propri valori anche se opposti a quelli di chi ti ha votato.
Davanti a tutto questo, cosa ha fatto la sinistra italiana? Ha forse criticato il rampante senatore per le sue parole, o per i palesi riferimenti religiosi o magari per aver raccontato una donna come una moglie del secolo scorso? Macché, tutto il contrario. I progressisti del nostro Paese sono andati letteralmente in estasi per questo nuovo campione della politica dem, accogliendo la sua elezione con un giubilo pari solo all’ipocrisia che lo anima. E via con «ecco la nuova speranza», «L’America sta cambiando», «L’ultra destra di Trump è finita». Nessun cenno al patriarcato, ovviamente, che quando serpeggia ai piedi di chi piace a loro diventa magicamente tollerabile, quando non invisibile. Per misurare il doppipesismo della sinistra italiana è sufficiente fare un piccolo esercizio d’immaginazione. Immaginiamo se una cosa del genere l’avesse detta un politico di destra- un Salvini, un Tajani, un Nordio o Piantedosi - spiegando che grazie alla moglie rimasta a casa a cucinare le lasagne e a cambiare i pannolini ai figli lui ha potuto assentarsi qualche mese per dedicarsi alla sua campagna elettorale. Cosa sarebbe successo? Un putiferio, naturalmente: sessismo, machismo, patriarcato e l’immancabile fascismo sarebbero state le parole più gentili uscite dalla bocca dei soloni globalisti. Mentre i giornali progressisti avrebbero parlato di «ritorno al medioevo» e nei salotti buoni delle tv sarebbe stato tutto un cianciare di diritti negati, di sottomissione, di atteggiamento patriarcale che conculca le libertà della donna. Ma evidentemente El-Sayed può: perché ce l’ha con Trump e Vance, perché è democratico, perché, sbagliando, pensano sia dei loro. E poi è pure ProPal, vuoi mettere.
E sulla religione invece? Salvini è stato deriso e attaccato per aver portato un rosario in mano e ogni giorno si leggono lunghissime riflessioni sull’importanza della laicità, elogi dell’ateismo integralista, attacchi alla religione «oppio dei popoli». Ma, anche qui, evidentemente El Sayed può invece rivendicare senza problemi la sua fede - e, si badi, noi su questo siamo d’accordo - e appellarsi a Dio ogni volta che vuole.
I nodi della fascinazione della sinistra verso un certo Islam politico presto verranno al pettine: sono due visioni del mondo inconciliabili, anche se loro non se ne sono ancora accorti.
