A otto mesi dagli scontri del 31 gennaio, l’inchiesta della procura di Torino arriva a un passaggio decisivo. Il pubblico ministero ha chiesto al giudice 19 misure cautelari nei confronti di militanti dell’area antagonista. Secondo quanto riferito dagli stessi destinatari, le richieste vanno dalla custodia in carcere all’obbligo di firma. Tra i reati ipotizzati, contestati a vario titolo, figura anche il tentato omicidio. All’alba di oggi gli agenti della polizia di Stato di Torino hanno eseguito 14 perquisizioni domiciliari disposte dall’autorità giudiziaria. Hanno anche notificato i decreti che fissano gli interrogatori preventivi. All’operazione hanno partecipato le questure di Genova, Cagliari, Firenze, Imperia e Reggio Emilia.
Il giudice deciderà sulle richieste della procura solo dopo aver ascoltato gli indagati: potrà accoglierle in tutto o in parte, oppure respingerle. Oltre al tentato omicidio, l’ipotesi accusatoria comprende resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento, porto di oggetti atti a offendere e rapina. I fatti risalgono alla manifestazione nazionale contro lo sgombero di Askatasuna, lo storico centro sociale torinese chiuso il 18 dicembre 2025. Ai margini del corteo gli scontri con le forze dell’ordine sono durati circa due ore, soprattutto nell’area di corso Regina Margherita.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, contro gli agenti sono stati lanciati razzi, bengala, bombe carta, pietre e bottiglie. Gruppi di persone a volto coperto avrebbero dato fuoco a cassonetti e barricate e incendiato un mezzo della polizia mentre un agente si trovava ancora a bordo. Un altro poliziotto sarebbe stato circondato e colpito con calci e con un martello. Il Network antagonista torinese, la rete di cui fa parte Askatasuna, ha contestato l’impostazione dell’inchiesta in alcuni messaggi sui social. Le accuse, sostiene, servirebbero ad attribuire a pochi la responsabilità di una giornata che, secondo le sue stime, ha coinvolto più di 50 mila persone e che viene definita una “manifestazione di rabbia popolare”. Negli stessi messaggi il Network denuncia l’uso da parte delle forze dell’ordine di lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, richiamando un dossier e diverse inchieste giornalistiche. In un intervento successivo esprime solidarietà alle persone coinvolte e rivendica la continuità delle mobilitazioni nate dopo la chiusura del centro sociale.
