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Italia-Libia, la destabilizzazione del 2011 e dei rapporti mai recuperati

Francesca Musacchio
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Separazioni e riavvicinamenti. Intese e matrimoni di convenienza. La storia dei rapporti tra Italia e Libia è a tratti schizofrenica, quasi come una storia d’amore travagliata nella quale gli amanti, pur nelle difficoltà, non riescono a fare a meno l’uno dell’altra. Per amore, ma soprattutto per convenienza. E adesso proviamo a riannodare i fili di un rapporto un po’ sfilacciato, nel quale si sono inseriti, negli anni, altri attori che hanno contribuito a destabilizzare il già fragile «equilibrio di coppia». Il governo Meloni torna in Libia con il piglio che mancava da tempo, oltre dieci anni a questa parte. Da quando l’Italia decise di appoggiare, nel 2011, l’intervento aereo contro la Libia promosso da Francia e Gran Bretagna come risposta alla repressione che Gheddafi stava mettendo in atto contro le proteste della Primavera araba. Non che prima di questa data i rapporti tra i due paesi fossero idilliaci. Proprio l’ex rais, una volta preso il potere, portò avanti le note richieste di risarcimento per il periodo coloniale. Nel 2008, a Bengasi, Gheddafi e Silvio Berlusconi firmarono il «Trattato di amicizia Italia-Libia» che impegnava il nostro Paese a risarcire i danni dell’era coloniale attraverso investimenti economici importanti, ma anche di collaborazione politica e in tema di sicurezza. Anche nel 2008, tra gli obiettivi di Roma c’era quello di fermare l’immigrazione irregolare.

 

 

Nacque così una fase nuova che vide anche la presenza (spesso contestata) di Gheddafi in Italia. Ma nel 2008 forse nessuno immaginava quello che sarebbe accaduto di lì a pochi anni. Il vento della Primavera araba arrivò fino in Libia e destabilizzò il Paese. Francia e Gran Bretagna, e non solo, soffiarono sul fuoco delle proteste per eliminare un dittatore con il quale l'Italia, tra alti e bassi, ha sempre avuto un rapporto privilegiato. E così, il governo di allora, pur manifestando attraverso vari esponenti politici la convinzione di non dover intervenire militarmente in Libia per fermare i presunti bombardamenti sui manifestanti (che poi sarebbero anche stati gettati in fosse comuni) alla fine cedette nel timore di uscire fuori dalla cornice di appartenenza della Nato. Tra gli esponenti del governo che manifestarono perplessità nei confronti della missione in Libia, l’allora ministro degli Esteri, Franco Frattini, che evidenziò, tra le altre cose, le ripercussioni legate all’immigrazione. Alla decisione di partecipare alla missione, notevole fu il contributo di alte cariche dello Stato. Fu l’inizio della fine.

 

 

L’instabilità della Libia, che continua ancora oggi, ha aperto le porte a presenze straniere che hanno reso sempre più difficile il ruolo dell’Italia in Libia. Nonostante l’ambasciata italiana a Tripoli fu la prima a riaprire dopo il 2011, la concretezza politica di Roma è sempre mancata. Il dossier Libia, negli ultimi dieci anni, è stato trattato con insufficienza e forse anche con svogliatezza da una classe politica incapace di comprendere fino in fondo l’importanza strategica del Paese. E non solo per quanto riguarda l’immigrazione irregolare, ma soprattutto per l’energia, tema che oggi ritorna con prepotenza. Dopo il 2011, il peso dell’Italia nell’area è quasi nullo. A dimostrazione di ciò, solo nel 2015 furono rapiti 5 italiani, di cui due uccisi. A gennaio fu la volta del chirurgo ortopedico Ignazio Scaravilli, rilasciato poi a giugno dello stesso anno. A distanza di un mese, furono rapiti quattro operai della Bonatti, due dei quali in seguito morirono durante uno scontro a fuoco. Una pagina dolorosa per l’Italia, che non aveva aderenza su un territorio nel caos politico, in costante guerra civile e nel quale forte era la presenza di milizie jihadiste. Negli anni, i vari governi che si sono succeduti hanno fatto poco o niente per il Paese nordafricano, in alcuni casi lasciando che talune aziende italiane presenti provvedessero autonomamente alla sicurezza. Ma non solo.

 

 

L’emergenza immigrazione, poi divenuta europea, non è stata mai affrontata fino in fondo. L’illusione di risolvere il problema consegnando vecchie motovedette alla guardia costiera libica, ha solo peggiorato la situazione. Mentre altri Stati, come la Turchia e la Russia, garantivano presenza sul territorio, armi e supporto anche economico alle varie fazioni in campo. Un modo per dividere il Paese in aree di influenza non consentendo la presenza di un interlocutore unico e indipendente in grado di relazionarsi con la comunità internazionale. I motivi dell’assenteismo italiano sono da ricercare in molteplici motivazioni, che vanno dall’incapacità politica di prendere decisioni all’assenza di uomini sul territorio, fino al timore di un rigurgito colonialista che permea soprattutto taluni ambienti della sinistra moralista e buonista. E così, negli anni in Libia sono entrati e si sono messi comodi Paesi come la Russia e la Turchia. Ankara, in particolare, ha giocato e gioca un ruolo fondamentale con una presenza militare notevole. Adesso, dunque, è necessario riannodare i fili di questo travagliato rapporto a cominciare dalla dimostrazione di affidabilità, caratteristica fondamentale in ogni rapporto, e il posizionamento in uomini competenti in campo.

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