Uno sguardo, una stretta di mano, un applauso, a chiusura della premiazione della staffetta giamaicana che ha messo assieme l’immagine dell’uomo che ottanta anni prima, con i sei primati mondiali segnati in meno di un’ora, aveva aperto ad Ann Arbor orizzonti imprevisti all’uomo-atleta, e il personaggio che ha tratto spunto dai mondiali cinesi per costruire l’ennesimo ritaglio di notorietà, la massima dello sport del ventunesimo secolo, attorno alla propria figura. Molto, molto di simbolico nell’accostamento mediatico allestito nella giornata di chiusura di Pechino tra la nipote di Jesse Owens - messaggera, con la mamma Beverly, di «Race», film ispirato alla vita del trionfatore ai Giochi del 1936, in uscita ad aprile - e Usain Bolt, il velocista, il campione, la macchina umana scesa in terra per scrivere pagine metafisiche nella storia della velocità. Volendo individuare in un altro simbolo l’eredità di una riuscita rassegna mondiale che ha riproposto inalterata, una generazione dopo l’altra, l’universalità di una disciplina dalle colossali capacità di ricambio, forse nulla più appaga, insieme al momento che ha esemplarmente unito passato e presente dello sport, dell’immagine fenomenale di un atleta, Ashton Eaton, ventisette anni, statunitense, decatleta, primatista mondiale, moglie Brianne Theisen, canadese, medaglia d’argento nell’eptathlon, che a conclusione della più massacrante delle prove dello sport ha dichiarato ai microfoni di ritenere massima soddisfazione di quell’esclusivo momento di felicità averla vissuta con gli avversari che in trentasei ore avevano condiviso cedimenti e riprese, fatiche ed asfissie, tutti assieme, russi, ucraini, giapponesi, cubani, estoni, francesi, algerini, sud africani. Un messaggio di tale bellezza da indurre a benedire i territori dello sport e a chiedersi come sia possibile che nascano guerre. Mondiale felice, come consuntivo finale, corale partecipazione di pubblico, sorprendente classifica finale che ha premiato due popoli in festa, keniani e giamaicani, al vertice per medaglie d’oro dinanzi agli Stati Uniti e nettamente avanti alla Gran Bretagna, prima delle nazioni della vecchia Europa, ad Etiopia e Polonia, con l’Italia a secco di medaglie e al ventinovesimo posto nella classifica a punti. Per nove decimi dei grandi di Pechino, da Bolt a Schippers, da Kemboi a Mo Farah, da Ghebreselassie a Yego, Eaton, Kiprop, Bett e Van Niekerk, arrivederci a Rio.
Il passaggio di testimone da Owens a Bolt
di Augusto Frasca Uno sguardo, una stretta di mano, un applauso, a chiusura della premiazione della staffetta giamaicana che ha messo assieme l’immagine dell’uomo che ottanta anni prima, con i sei...