F ine settimana nella media. Male. Marciatrici invocate a dare ossigeno messe all’indice dalle giurie. Uno specialista dell’alto fermo sotto l’asticella. Tre marciatori lontani dai primi. Due volenterose staffette fuori dalle finali. Appiglio alla sopravvivenza, nulla più d’un modesto dettaglio, un salto d’orgoglio nella giornata di oggi. Pronosticato in salita con mezza squadra ferma nelle infermerie di casa, scusante vera, e tuttavia parziale, a ventiquattro ore dalla conclusione il mondiale di Pechino è per l’Italia un’ulcera malata, su cui già emerge quella materia lattiginosa, quell’ectoplasma inconcludente che è, da sempre, la retorica del pronto intervento e del richiamo ai limiti endemici di discipline base come l’atletica in un paese in cui l’unica cultura, dai bar al Parlamento, è quella che ruota attorno ad una palla. Alfio Giomi è un presidente impegnato ventiquattro ore su ventiquattro nella conduzione di una complessa, ma non indigente, struttura federale. Ha già annunciato modifiche, restrizioni e pene secondo attribuzioni di responsabilità. Benvenute, le une e le altre, se errori e difetti saranno affrontati in profondità e con la sciabola in luogo del bisturi. Perché è dura prendere atto di un’Italia disarmata, e pure irrispettosa, si dica, del passato, a cospetto di un mondo atletico che di anno in anno si moltiplica in quantità e qualità. Trentatré gli atleti volati in Cina, ventisei appartenenti a gruppi sportivi militari, con sette eccezioni, nobile residuo di un associazionismo di tradizione e di generosa avventura che fu per decenni, con rari innesti aziendali, straordinaria fonte di ricchezza promozionale e organizzativa dell’intero panorama atletico. I ventisei fanno parte, con poche variazioni di trattamento, ma con identica, diffusa liberalità, di Aeronautica, Carabinieri, Esercito, Fiamme Azzurre, Fiamme Gialle, Fiamme Oro, Forestale, tutti solerti ed operativi, i gruppi, nelle puntuali corse all’ingaggio degli atleti e in una singolare concessione di libera uscita senza obbligo di firma e di responsabilità di rendimento ma con l’inalienabile diritto di presentarsi alla cassa ad ogni scadenza mensile. Ecco, può essere un buon inizio: si annullino privilegi, si mandino in congedo illimitato quanti, non pochi, ritengono sinecura acquisita indossare una divisa, senza assicurarle piena dignità.
Italia «malata» Iniziamo ad abolire certi privilegi
di Augusto Frasca Fine settimana nella media. Male. Marciatrici invocate a dare ossigeno messe all’indice dalle giurie. Uno specialista dell’alto fermo sotto l’asticella. Tre marciatori lontani dai...