Il re è vivo, viva il re. Morte e resurrezione, l'inizio della fine rispedito al mittente. Non s'è corso per l'estetica o per il prossimo. S'è corso per sbarazzarsi di un intruso. Ha vinto, tributo a regole scritte e non scritte, Usain Bolt. Lo ha fatto secondo una legge spietata dello sport che consacra il primo e mortifica il secondo. E mai legge valse come ieri, quando in frazioni infinitesimali si decise il bene e il male, il giusto e l'ingiusto, l'altare e la polvere. Nella tarda serata cinese, aperta a sorpresa, ai bordi della pista, dal tocco musicale dell'idolo di casa Lang Lang, il fulmine Bolt ha umiliato Justin Gatlin, troppe volte scoperto con le mani sporche per averne rispetto, troppe perché fosse facile, con esiti diversi, festeggiarne l'alleluia. Sconfitta dura, dai più inattesa, un pugno d'incontro che ha lasciato lo statunitense stordito come un lemure inoffensivo al centro di uno stadio divenuto d'un colpo un guscio vuoto ed ostile. 9.79 il tempo di Bolt, 9.80 quello di Gatlin, neanche uno spiraglio di luce tra una figura e l'altra sul filo d'arrivo, il primatista mondiale in quinta corsia, l'avversario in settima, appena divisi nel contatto fisico da Tyson Gay, naufragato al sesto posto. In una gara di cento metri la rapidità d'immagini è tale che solo un occhio esperto può avvertire e riconoscere, passo dopo passo, dalla compostezza d'azione, da uno sguardo lanciato all'avversario a fianco, da un piccolo cedimento, o al contrario dall'ipotesi appena percepita di una rimonta, l'esito di una falcata. Nella finale di ieri, aperta da una semifinale in cui sembrò che la perdita di un appoggio iniziale da parte del giamaicano recasse intero il preannuncio di una sconfitta e da un intervallo in cui l'atteggiamento raccolto dell'atleta fu interpretato come una resa anticipata, Bolt ha colto una partenza di rara efficacia, conservando correttezza d'azione per l'intero rettilineo, mentre Gatlin, sorpreso nel vedersi l'avversario al fianco, tendeva a contrarre l'azione. Subito dopo l'arrivo, è stato lo statunitense ad accostarsi al giamaicano allungandogli una mano stretta a pugno. Gliene va dato atto. E sull'esito della finale mondiale, Carlo Vittori, l'antico costruttore di una scuola italiana di velocità al momento data per dispersa, ha offerto la sua testimonianza: «Esito sacrosanto. Ha vinto un campione che diversamente dall'avversario non ha violato la propria natura».
Infinito Bolt. Il più veloce è sempre lui
Mondiali di atletica Il giamaicano vince i 100 metri sulla pista di Pechino Sconfitta dura per Gatlin l’avversario di sempre secondo a un centesimo
