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Bilancio positivo per l’Italia nei Mondiali della Ledecky

di Augusto Frasca Attesa, scommessa, invocata, giunta sul traguardo della prova di massima durata a lungo apparsa infinita, la deificazione di un ragazzo cresciuto in provincia a pane e acqua e...

Attesa, scommessa, invocata, giunta sul traguardo della prova di massima durata a lungo apparsa infinita, la deificazione di un ragazzo cresciuto in provincia a pane e acqua e custodito nel polo natatorio federale di Ostia Lido ha assegnato un valore aggiunto d'incommensurabile portata al consuntivo mondiale della truppa acquatica azzurra, nona a Kazan nelle prove rientranti nel programma olimpico. Posizionati nelle zone medio-alte della classifica, italiani dunque leggermente in crescita in una rassegna che ha presentato dentro e fuori vasca quarantasei prove olimpiche nel totale delle settantacinque disputate e che ha visto prevalere sospettabili cinesi dinanzi a statunitensi distratti in quantità e qualità, misteri dei calendari internazionali, dalla contemporanea disputa dei campionati nazionali nel Texas consacrato alla gloria di Sant'Antonio da Padova con un Michael Phelps scintillante e dittatoriale in linea con la possibilità di moltiplicare nella prossima stagione di Rio l'incontrastata corona di diciotto titoli olimpici. Poiché, a dispetto di de Coubertin, non appena archiviata l'ultima prova in programma, non c'è rassegna internazionale che non s'industri a rendere ufficiale il conto delle medaglie, Kazan segnala che l'Italia, insieme ad inciampi tecnici e a cicatrici forse evitabili in un consesso mondiale sia pure di indiscussa rilevanza, ha motivo di rallegrarsi, avendo fatto lievitare la somma, modesta, registrata due anni fa ai campionati di Barcellona, 14 medaglie, alcune molto pesanti, rispetto alle precedenti 5. Delle quattordici, sei fanno parte di un'eredità da trasferire integralmente all'Olimpiade di Rio, vale a dire Gregorio Paltrinieri 1500, santa Federica, Tania Cagnotto dai 3 metri, 4x100 maschile, 4x200 femminile e pallanuoto rosa, con il recupero non velleitario d'una squadra maschile da qualche parte già sbrigativamente e sguaiatamente declassata, con il suo quarto posto, da settebello a settebrutto. Nel contesto generale della rassegna russa, dopo aver registrato come fenomeno antropologico l'apparizione in una piscina, e non, secondo tradizione, in una palestra di ginnastica, di Alzain Tarek, la fragile decenne del Bahrein, un nome impone rivedere giudizi, aggettivi e regole esclamative sulle grandi prestazioni dello sport mondiale, quello della statunitense del Maryland Katie Ledecky, diciotto anni magistralmente spesi sulle corsie individuali dei 200, 400, 800 e 1500, diciotto stagioni già consacrate fin dai Giochi di Londra del 2012, confermate l'anno dopo ai mondiali di Barcellona e implacabile ipoteca olimpica per il 2016.

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