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Il Golden Gala più forte della Guerra Fredda

di Augusto Frasca Il meeting di cui Roma e l'Olimpico celebrano domani sera la 35ª edizione fu invenzione, una delle tante, di Primo Nebiolo, l'uomo, sia detto per i più giovani, capace di...

Il meeting di cui Roma e l'Olimpico celebrano domani sera la 35ª edizione fu invenzione, una delle tante, di Primo Nebiolo, l'uomo, sia detto per i più giovani, capace di infiammare con la forza delle idee l'atletica italiana e internazionale lungo l'ultimo trentennio del secolo scorso. Era il 1980, e con le affermazioni nello stadio Lenin di Sara Simeoni nel salto in alto, di Pietro Mennea sui 200 metri e di Maurizio Damilano sui 20 km di marcia, l'Italia della prima disciplina olimpica era uscita trionfante dall'Olimpiade moscovita, un'edizione concepita nel travaglio generato dal boicottaggio internazionale, Stati Uniti, Germania federale e Kenya su tutti, rappresaglia politica contro l'invasione in Afghanistan delle truppe sovietiche. Paese delle mezze misure, priva degli atleti militari per intervento governativo - Francesco Cossiga capo del Governo e Lelio Lagorio ministro della Difesa, unico in controtendenza, instancabile sostenitore dell'affrancamento dello sport dalla politica, Giulio Andreotti - nella suggestiva giornata inaugurale dei Giochi la squadra italiana fu poco degnamente rappresentata dalla bandiera a cinque cerchi e da un bizzarro cartello indicante in cirillico la sigla del Comitato olimpico nazionale. Il Golden Gala romano era stato da tempo inserito nel calendario internazionale, molto prima del boicottaggio contro l'Urss. Data fissata, il 5 agosto, cinque giorni dopo l'ultima gara di atletica e due dopo la cerimonia di chiusura dei Giochi. Al rischio che la vicinanza di date, e quindi l'impossibilità di mantenere identico livello tecnico e spettacolare, potesse compromettere il battesimo del meeting romano, veniva fatalmente ad aggiungersi la vistosità della spaccatura verificatasi ai vertici del mondo sportivo. Solo un capolavoro di diplomazia sarebbe stato in grado di scongiurarne le conseguenze. Nebiolo fu l'uomo del capolavoro. Forte della sua onnipotenza nella Fisu, l'organismo mondiale rappresentativo dello sport universitario, il dirigente torinese aveva sempre mantenuto eccellenza di rapporti con le massime autorità sportive d'oltre cortina, realizzando in particolare un colpo grosso nel 1973 quando, malgrado forti opposizioni internazionali, scelse la capitale sovietica quale sede delle Universiadi, aprendo una corsia di prim'ordine alle ambizioni sovietiche tutte tese a proporre la prima candidatura olimpica del paese. Garantendosi contemporaneamente un credito d'incommensurabile portata a memoria futura, da spendere con ampi margini d'affidabilità alla prima occasione. Il Golden Gala fu l'occasione. Del successo strategico italiano s'ebbe definitiva conferma proprio nell'ultimo giorno di gare. Fu quando Leonid Komenkov, presidente dell'atletica sovietica e vice presidente di quella internazionale, ottenuto il disco verde dalla nomenklatura del Cremlino, scelse una colazione offerta alla stampa italiana per leggere uno dietro l'altro, con un bicchiere di wodka in mano, avendo al fianco un preoccupato Primo Nebiolo, noto per la sua idiosincrasia all'alcol, i nomi degli atleti sovietici pronti a salire sull'aereo diretto in Italia: trentatre nomi, il meglio espresso durante i Giochi. Conclusione, a Roma vennero tutti, boicottanti e boicottati, americani del nord e del sud, paesi comunisti, africani, asiatici, europei. Fu serata memorabile. Stadio pieno in sessantamila. Bagarini scatenati. Risultati di prima qualità con italiani protagonisti, Simeoni e Mennea in testa, Gabriella Dorio sui 1500 e Mariano Scartezzini sui 3mila siepi ai nuovi primati nazionali. Con una perla storica che passò inosservata: uno sconosciuto Carl Lewis al suo esordio romano.

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