Ma davvero Calciopoli è stato il più grande scandalo del calcio mondiale, oppure si è trattato di un’altra inchiesta all’italiana, con accuse deboli, riscontri incerti, grosse incongruenze e tanti «buchi neri»? La tesi della procura di Napoli è nota: Luciano Moggi, ex direttore generale della Juventus, era, insieme ad Antonio Giraudo, ex amministratore delegato dei bianconeri, a capo di una «cupola calcistica» in grado di truccare le partite con la complicità dei designatori arbitrali, Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto, e di molte «giacchette nere». Ma uno dei «buchi» più evidenti dell’inchiesta, che è costata un’indagine, poi archiviata, al pm che l’ha condotta, Giuseppe Narducci, sta proprio nella «prova regina» che avrebbe dovuto documentare il taroccamento dei sorteggi arbitrali. Si tratta del filmato girato a Corveciano dal maresciallo Sergio Ziino in cui è immortalata l’estrazione delle palline con le partite e il nome dell’arbitro. Il sorteggio avveniva così: Pairetto estrae il bussolotto delle squadre sfidanti, poi un giornalista, nominato settimanalmente dall’Unione stampa sportiva italiana, estrae la pallina col nome dell’arbitro e passa subito il biglietto a Bergamo, che lo legge. Quel video, dopo il 2009, scompare dagli atti (per pm e gip fu preso da Narducci ma solo per la necessità di produrne delle copie nei processi stralcio) e viene sostituito da fotografie che però raccontano i fatti in modo inverso: prima si vede Bergamo con in mano la pallina contenente il nome dell’arbitro, dopo il giornalista che passa il bussolotto e solo alla fine Pairetto che estrae la pallina della partita da disputare. La differenza è cruciale. Solo se è prima il giornalista ad estrarre il nome dell’arbitro, come appare nelle foto, Pairetto, designatore «complice» di Bergamo, può, attraverso palline «segnate», scegliere l’arbitro compiacente. Se invece, come appare nel dvd, è prima il designatore a estrarre i nomi delle squadre, e solo dopo il giornalista estrae la pallina col nome dell’arbitro, per affermare che il sorteggio è truccato, occorre accusare di complicità anche tutti i giornalisti che settimana dopo settimana si alternavano nel sorteggio. Ma non è tutto. Nelle foto «incriminate», infatti, il giornalista, che non lavora per la Figc e indossa abiti civili, viene definito «dipendente Figc» con addosso una «divisa ufficiale della federazione». Ma di anomalie, nell’inchiesta che diffuse in tutto il mondo l’immagine del «calcio marcio» italiano, ce ne sono molte altre. Ad esempio, delle 171mila telefonate intercettate dai carabinieri diretti dal tenente colonnello Attilio Auricchio, investigatore principe di Calciopoli, ne vennero trascritte circa 3mila, ordinate con «baffetti» colorati in base all’importanza: verdi quelle poco interessanti, gialle e arancioni interessanti, rosse molto interessanti. Alcune che riguardavano Inter, Cagliari e Roma, seppure colorate di giallo e rosso, non vennero approfondite. Non a caso, dunque, nella sentenza di condanna, i giudici scrissero che «la difesa è stata (...) molto ostacolata nel compito suo proprio dall’abnorme numero di telefonate intercettate e dal metodo adoperato per il loro uso, indissolubilmente legato a un modo di avvio e sviluppo delle indagini per congettura». C’è dell’altro. Narducci in un’occasione disse che «piaccia o non piaccia», di telefonate di Bergamo e Pairetto con gli allora presidenti di Inter, Roma e Chievo, «non c’è traccia». La traccia, invece, c’era, ma venne fuori solo dopo quattro anni. Altri interrogativi sono relativi ad alcuni testi che mentirono in aula, a telefonate trascritte in modo errato e ad altre, del tutte ininfluenti, inserite invece nei faldoni. Dubbi nacquero anche in relazione al ruolo giocato da Franco Baldini, ex dg della Roma, nel fornire gli elementi per l’avvio dell’inchiesta. Baldini in sentenza viene definito «grande suggeritore di accusa, per collaborazione con l’investigatore Auricchio dichiarata da entrambi», e quando si tratterà di spiegare luoghi e circostanze di questa collaborazione, si contraddirà più di una volta. E poi le domande senza risposta: perché gli arbitri Massimo De Santis, Paolo Bertini e Antonio Dattilo, dopo la condanna, rinunciarono alla prescrizione andando incontro al rischio della condanna definitiva? E perché molte «giacchette nere», accusate di far parte del «sistema Moggi» e figure necessarie per puntellare tutte le accuse, vennero invece assolte in appello? I dubbi su quello che fu Calciopoli sono destinati a rimanere in eterno.
Video scomparsi e prove deboli Tutti i buchi neri di Calciopoli
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