Rivoluzione come evoluzione. Alessandro «Cicco» Galeazzi, imprenditore informatico, romano d’adozione, abbandona la sella di cavaliere (dal 1978 al 1997 è stato in prima squadra nel salto ostacoli) per la poltrona rovente di presidente della Federazione Italiana Sport Equestri. «Senza risultati d’élite la nostra disciplina non sarà mai trainante, dobbiamo assolutamente far diventare l’equitazione un made-in-Italy che funziona. Come la moda, la ristorazione, il turismo d’arte». Avvicinatosi ai cavalli seguendo il padre Rino, oncologo astigiano amante del trekking, Alessandro Galeazzi è giunto a Roma in divisa, ufficiale di Cavalleria a Montelibretti dove - dal 1976 al 1983 - è stato agli ordini dell’olimpionico Piero D’Inzeo, per poi passare sotto il fratello Raimondo allora direttore tecnico. federale. «La loro era una equitazione d’altri tempi, ma la lezione che ci davano è intramontabile: lacrime e sangue per arrivare al successo,gli allenamenti prima di ogni altra cosa». Dopo diciannove mesi di commissariamento (sulla FISE pesavano un deficit stellare e un triennio di bilanci non approvati) il Comitato olimpico nazionale presieduto da Giovanni Malagò ha deciso di rimettere la Federequitazione in mano ai tesserati. L’assemblea si terrà il 30 marzo a Ostia, nel palazzetto delle Arti Marziali. I candidati alla presidenza sono il «cavaliere» (olimpico a Montreal nel 1976) Vittorio Orlandi, l’ex-presidentessa Antonella Dallari, il proprietario di scuderia Marco Di Paola, il campione italiano di attacchi Massimo Arcioni e appunto Galeazzi, gli ultimi tre dell’area romana. La novità più importante è che il commissario Ravà, durante questi mesi, ha sbaraccato l’anacronismo del pacco di deleghe in mano a un solo votante, per ridurlo a una. «Ma i problemi sono rimasti», spiega Galeazzi, casa accanto al Parco dell’Inviolatella e cavalli in Via di Santa Cornelia. «La FISE è una specie di Equitalia, vive dei proventi delle tessere. C’è necessità di entrare nel grande circuito del cavallo, cui si stanno affacciando colossi economici come Arabia Saudita e Cina. L’Italia, al contrario della Germania che ne ha fatto un’industria e apre centri in Ungheria, non riceve un euro dalla Comunità Europea per l’allevamento». Tecnicamente patiamo la mancanza di preparatori di giovani cavalli, che seguitiamo a importare dal Nord Europa. «D’altronde i nostri istruttori sono privi di una convenzione federale per la pensione integrativa», sottolinea Galeazzi, deputato al Parlamento dal 1996 al 2001. «C’è bisogno pure di un fondo di garanzia per i circoli ippici, dell’adeguamento assicurativo dei tesserati, di spingere per la creazione dell’imprenditore agricolo equestre». Oro agli Assoluti Tricolori 1979, Cicco ha gareggiato innumerevoli volte a Piazza di Siena: «Un evento conosciuto ovunque, che costa 2,6 milioni di euro a edizione. Ci dovremmo lavorare tutto l’anno». Invece viene organizzato ogni volta in zona Cesarini, con affannose decisioni dell’ultim’ora. «Ci sono grandi star innamorate dei cavalli che verrebbero a tenerci un concerto gratis».
L’allievo dei D’Inzeo alla Fise
Alessandro Galeazzi si candida alla guida della federazione
