La battuta è imperdibile: cento anni e non li dimostra. Titolare, nella residenza bresciana, tra figli, nipoti e pronipoti, testimone e superstite solitaria dei Giochi olimpici di Berlino, Gabre Gabric Calvesi. La lucidità della signora è fuori norma. Le memorie, in fila l’una sull’altra, intatte, legate soprattutto alle due partecipazioni olimpiche nel lancio del disco, Berlino 1936 e Londra 1948, ai quattro titoli, ai sette primati italiani e alle ventidue presenze in nazionale, alla sua esperienza vissuta nella squadra di basket di Catanzaro, alla molteplicità dei suoi impegni in giornalismo e in ambito dirigenziale. L’attualità è vissuta con qualche inevitabile acciacco, gli stessi acciacchi che da un paio di stagioni, con visibile fastidio, la tengono lontana dalla frequentazione dei terreni di gara aperti ai veterani dello sport, ma non tali tuttavia da impedirle, con passione rimasta inalterata nel tempo, di osservare quanto accade dentro e fuori lo sport italiano. Atletica, amore di una vita, superfluo sottolinearlo, in testa, e subito dopo il calcio, una disciplina dove prevale un’antica preferenza per le maglie rossonere del Milan, una insospettabile simpatia per i colori giallorossi e una particolare predilezione per Francesco Totti, a fronte degli eterni valori espressi in campo dal fuoriclasse della squadra romana, per la sua autoironia e per una sperimentata generosità umana, mai dichiarata e tantomeno ostentata. In una famiglia versata allo sport - con un genero, Eddy Ottoz, principe degli ostacoli in anni d’attività, medaglia olimpica ai Giochi di Città del Messico del 1968, campione e pluriprimatista europeo, e un nipote, Laurent, che ebbe l’impudenza di togliere al padre, sullo stesso impianto berlinese, un primato nazionale sui 110 ostacoli rimasto imbattuto per ventisei anni - resta viva a distanza di tempo la memoria e la figura di Alessandro Calvesi, il miglior prodotto nato alla fine degli anni Trenta tra le mura severe dell’Accademia della Farnesina, tra i massimi tecnici mai espressi dallo sport nazionale e internazionale, sposato in piena guerra mondiale e poi per lunghe stagioni, fino alla scomparsa avvenuta nel 1980, compagno di vita di Gabre. Del risultato firmato il quattro agosto del 1936 sulla pedana tedesca la signora non ha un buon ricordo. Tutt’altro. L’emozione ebbe il sopravvento, e modesto fu l’esito finale, decima classificata a insopportabile distanza dalla vincitrice, l’atleta di casa Gisela Mauermayer: «Fu una figura barbina». Ma il resto dell’esperienza olimpica fu una splendida vacanza, esaltata dal successo collettivo della rappresentativa azzurra, terza nel medagliere alle spalle di Germania e Stati Uniti, su tutti l’affermazione sugli 80 ostacoli di Ondina Valla, prima olimpionica dello sport italiano, della nazionale di calcio guidata da Vittorio Pozzo, due realizzazioni di Annibale Frossi nella finale contro l’Austria, dei fiorettisti guidati da un monumentale Giulio Gaudini, di Franco Riccardi nella spada, dell’otto del canottaggio condotto da Luigi De Manincor. Questi e altri ricordi emergeranno sicuramente da oggi all’intera settimana, prima in famiglia, poi nei festeggiamenti organizzati per la giornata d’oggi dall’amministrazione comunale e sabato, infine, con la sigla ufficiale dello sport nazionale sottoscritta dal suo massimo rappresentante, Giovanni Malagò.
I cento anni della signora dello sport
Compleanno speciale per Gabre Gabric, ultima testimone di Berlino ’36