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I dieci anni di Lotito senza l’acuto necessario

di Massimiliano Lenzi Anno X, E. L.. Sarà che lui ama il latino, ma a noi viene da scriverlo così l'anniversario di Claudio con la Lazio: Anno Decimo dell'Era Lotito. Si consuma oggi, anche se lui,...

Anno X, E. L.. Sarà che lui ama il latino, ma a noi viene da scriverlo così l'anniversario di Claudio con la Lazio: Anno Decimo dell'Era Lotito. Si consuma oggi, anche se lui, alla fine dei conti, non è riuscito ad essere come Cesare. Perché d'accordo, veni e vidi ma vici no. Non ha vinto un campionato, non ha vinto una Europa League, della Champions non ne parliamo. Ieri in un'intervista al «Guerin Sportivo», il patron biancoceleste sottolineava: «Bene o male abbiamo vinto due Coppa Italia e una Supercoppa contro Mourinho. A livello giovanile abbiamo uno Scudetto, oltre alla Coppa Italia Primavera dopo 35 anni. Potrei dire che la Lazio è la squadra che ha vinto negli ultimi cinque anni più del Napoli, della Fiorentina e di tante altre. Ricordo che mi si contestavano i mancati investimenti sul settore giovanile, che invece oggi ha il ranking più alto d'Italia. Ho capito che questo a Roma vuol dire poco». Ma il calcio, da che mondo è mondo, non si misura sui ragazzi delle giovanili, che contano certo, ma se la prima squadra non vince chi glielo dice ai tifosi che devono essere felici perché a raccoglier trofei ci pensa la Primavera? Lo cantava pure Loretta Goggi: «Che fretta c'era, maledetta primavera, che fretta c'era...». Che poi Roma, nel gioco del pallone, è un po' come Firenze: o si è guelfi o si è ghibellini. A Claudio Lotito quelli del «Guerin Sportivo» han fatto anche la domanda dalle cento pistole e lui a replicare: «Ah quindi io sarei romanista. (..) Per quanto concerne la mia lazialità, non deve assolutamente essere certificata. Sono sempre stato laziale, avevo l'abbonamento della Lazio. La mia lazialità nasce a cinque anni, trasmessami dal fidanzato della mia tata, e da allora - era il 1961 - sono sempre stato laziale. Questo lo possono testimoniare i miei compagni di scuola, e persino l'ex presidente del CONI, Petrucci». Ma nel giorno dell'anniversario, dell'anno X dell'E.L., non si può fare a meno di rammentare che la prima partita importante il buon Claudio la perse contro il Milan, che aveva definito «una squadra invincibile, ma il mio desiderio è di vedere in campo 11 gladiatori, a me basterebbe questo». La Lazio perse 3 a 0, era la finale della Supercoppa italiana, 21 agosto 2004: tripletta di Shevchenko. Veni, vidi e non vici. Capita. In fondo aveva ragione quel talento di Vujadin Boskov: «Se vinciamo siamo vincitori. Se perdiamo siamo perditori».

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