Sport

Campione a due facce

Fenomeno della velocità in pista Discutibile il suo vittimismo fuori

È passato un anno esatto dalla scomparsa di Pietro Mennea in una clinica della Roma Nord. Un anno di ricordi, di affetti e di riflessioni per e su un atleta fra i grandi mai espressi nella storia dello sport italiano nel suo secolo ufficiale di vita. Era apparsa, l'alba del Mennea atleta, in concomitanza con la crescita di un altro monumento della società nazionale coniugata all'attività sportiva, Sara Simeoni, negli stessi tempi in cui esplodevano, definitive, altre meravigliose individualità agonistiche nazionali, il nuoto di Novella Calligaris ai Giochi di Monaco e ai Mondiali di Belgrado, gli inarrivabili salti dal trampolino di Klaus Dibiasi, lo sci di Gustavo Thöni sulle nevi giapponesi di Sapporo, le consacrazioni in atletica di Paola Pigni, di Franco Arese e di Marcello Fiasconaro. Dopo gli avvii iniziali, la progressione tecnica di Mennea aveva trovato nella Scuola Nazionale di Atletica di Formia, invidiata dall'intera Europa per godibilità d'ambiente ed esclusività di strutture, la sede ideale di allenamento, e nella disponibilità di un insegnante dalla pronunciata personalità originario di Ascoli Piceno, velocista d'eccellenza in gioventù con due titoli nazionali sulle spalle, Carlo Vittori, l'uomo, l'allenatore, il pedagogista maggiormente dotato, a giro d'orizzonte, di scienza tecnica. Al pari di quella che avrebbe condotto Sara Simeoni, unita ad Erminio Azzaro, alla conquista di tre medaglie olimpiche, di due primati mondiali e di quattro titoli continentali, ampiamente sostenuta dal governo federale dell'epoca, l'abbinata Mennea-Vittori si rivelò a lungo vincente. Dai cento ai duecento metri, eccezione fatta per l'illuminante pomeriggio romano del 3 settembre 1960 firmato sulla pista dello stadio Olimpico da Livio Berruti, con il nativo di Barletta la velocità maschile italiana toccò inimmaginabili frontiere, aprendosi a limiti cronometrici a tutt'oggi insuperati e al confronto con il meglio della concorrenza espressa dalla vecchia Europa e dagli Stati Uniti. Furono, con Mennea in campo, stagioni di fuoco. Furono successi ai campionati continentali di Roma del 1974, nei notturni accesi dell'Arena e del Palasport di Milano, nei pomeriggi d'una Praga illividita dal freddo agli Europei del '78 - dieci gare in cinque giorni, staffetta veloce e del miglio comprese, disputò l'atleta, probabilmente il massimo, in chiave tecnica, espresso nella ventennale carriera. Furono il primato mondiale all'Universiade di Città del Messico sull'identica pista toccata undici anni prima dall'idolo Tommie Smith, l'affermazione olimpica dell'Ottanta sull'ottava corsia dello stadio di Mosca, il pugno in faccia all'atletica italiana con il primo annuncio del ritiro definitivo dall'attività, la ripresa agonistica, la quarta finale olimpica ai Giochi di Los Angeles del 1984, altro primato nella storia della velocità, il secondo annuncio di un ritiro definitivo, un nuovo rientro in tempo per l'Olimpiade coreana del 1988, portabandiera azzurro in sfilata e apparizione di circostanza nelle batterie dei 200. Atleta d'eccezione, come persona Pietro Mennea fu altro, e non furono rare le testimonianze. Amò alimentare l'inattendibile favola di un uomo refrattario ai compromessi e di vessillifero di dilettantismo e di moralità. Amò spesso atteggiarsi a vittima del «sistema». In realtà, l'unico sistema alla sua portata fu quello che a lui tutto concesse, garantendogli massima assistenza tecnica, approdo ai traguardi agonistici più elevati e, come opportunità suggeriva, compensi adeguati alle sue imprese. Alla scomparsa, dolorosa, in luogo di semplici attestazioni d'affetto, retorica della morte e voglia d'esibirsi apriro no verso l'uomo un imbarazzante accorrere di incensi. Quanto meglio sarebbe stato richiamarsi alla riflessione che in risposta ad una dichiarazione dell'allievo, monumento alla riconoscenza umana - «Vittori non è mai stato un vero educatore» - espresse nel 1986 l'allenatore di una vita: «Terrò per me i fatti poco edificanti accaduti in tanti anni di lavoro».

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