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Impresa di Belinelli nell’All Star Game. Vince la gara da 3 ed entra nella storia

NEW ORLEANS Ora non ci sono scuse. Gli errori di pronuncia e di scrittura sul nome e sul cognome, anche se in assoluta buona fede, non possono più essere tollerati. Addio sovrimpressioni ufficiali, messaggi su Twitter, articoli a proposito di un certo Bellanelli, Bellinelli o Belinnelli. Da ieri notte, per gli americani che avessero ancora dei dubbi, c’è l’eterna iscrizione nel registro dei vincitori nella gara del tiro da tre punti a garantire la salvaguardia di un’ identità non più anonima. Marco Belinelli, conquistandosi il suo posto al sole accanto a figure mitologiche come Larry Bird, Steve Kerr, Glen Rice, Jeff Hornacek, Ray Allen, Predrag Stojakovic, Dirk Nowitzki e Paul Pierce, ha fatto la storia. Non solo del quartierino periferico di «Little Italy», per una notte neanche più tanto piccolo, nel macrocosmo Nba, ma dell’intero movimento cestistico e sportivo italiano. Ecco servite, in una storica notte di metà inverno in mondovisione da New Orleans e in un colpo solo, la faccia e l’impresa da copertina di cui aveva un disperato bisogno il basket tricolore per cercare di evadere dal ghetto che si era costruito da solo negli ultimi anni. Sono quelle di chi alla fine ha trovato l’America dopo essere stato tremendamente vicino a un irreversibile ritorno in Europa. Una parabola, culminata con il lieto fine dell’incoronazione nell’ultimo All Star Saturday, che sa tanto di modello da cui prendere esempio. Sì, perché la notte da re di Belinelli è il frutto di un lungo e tortuoso lavoro di adattamento funzionale alle latitudini Nba e di ricostruzione e miglioramento personale. La sublimazione, tanto per rendere ancora più bella la favola del predestinato che dalla provincia bolognese di San Giovanni in Persiceto si è ritrovato al centro del villaggio globale dell’All Star Game, non poteva scegliersi un posto più adatto di New Orleans per avvenire. Già, la stessa New Orleans che, dopo gli iniziali anni bui con i Golden State Warriors e i Toronto Raptors, era stata la culla del rinascimento (da panchinaro a utilissimo specialista) del «Beli», prima dell’esplosione della scorsa stagione con i Chicago Bulls e l’attuale consacrazione in una franchigia con velleità di anello come San Antonio Spurs. Diciannove punti nel round preliminare, meglio del favorito Steph Curry, e altrettanti nella finale con Bradley Beal dei Washington Bullets. Tanti, ma anche gli stessi dell’altro finalista. Non abbastanza per l’incoronazione a re del tiro da tre per direttissima e scongiurare lo spareggio. La roulette russa del «tie break» basta e avanza per l’entrata nella leggenda: 24 punti, Beal sventola bandiera bianca e «Beli» diventa in un colpo solo il primo italiano e terzo europeo, dopo Stojakovic e Nowitzki, a vincere il trofeo. «0A livello personale questo successo vuol dire tantissimo - è l’urlo di gioia di Marco Belinelli - mette il mio nome in evidenza. Ora, però, voglio vincere il titolo di campione Nba». Chiedere di non storpiare un nome e un cognome non serve più.

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