E ricominciamo. Definire derby quello che va in scena domenica pomeriggio è un’esagerazione per svariate ragioni. Come è noto, il 26 maggio 2013 ha stabilito - se mai ce ne fosse stato bisogno - chi sono i primatisti nella Capitale. Una sola finale tra due squadre, una sola vittoria e, come si sa, non ci sarà rivincita. Epperò non basta, perché, insomma, è un’esagerazione definire derby una competizione che parte totalmente asimmetrica: da una parte c’è una grande polisportiva di 114 anni, la più grande al mondo per numero di discipline praticate, ricca di campioni, ori olimpici, che ha donato decine di martiri caduti per la Patria tra le due guerre. Dall’altra parte c’è una squadra, di proprietà yankee e nascita incerta (pare nata per fusione dalle parti di Corropoli), che proprio in un anno bellico, guarda un po’, ha vinto il suo primo trofeo. Vabbé, però ricominciamo, in qualche modo ricominciamo. Perché il tifoso biancoceleste, storicamente allenato alla sofferenza, almeno due volte all’anno si carica sulle spalle un ulteriore compito gravoso ma necessario: evitare che la Capitale si trasformi per settimane in un bivacco di caroselli, le scritte murali, i banchetti, la celebrazione idolatrica del Pupone, i dodici milioni di individui a Circo Massimo, il pianoforte di Venditti, i ragazzini costretti ad andare in giro con le tute acetate, la moltiplicazione di bruchi giallorossi nel retro delle automobili, le strade impacchettate con gli inserti sportivi, scatenando quell’animo non verace ma veracesco della romanità che il sentimento aristocratico laziale considera un sottoprodotto culturale. Qualche volta ci si riesce, e qualche volta no. In questo campionato la Ss Lazio, all’andata, ha commesso un peccato imperdonabile di appagamento, ancora ebbra della vittoria per schianto nella Coppa Italia, alzata in faccia davanti a chi s’era già preparato le magliette con la stellina d’argento, inesistente per l’araldica ufficiale ma pensata per costruire l’ennesimo record fasullo. E dunque, all’andata, è andata male, nonostante il ruggito gioioso che al settantunesimo minuto del match ha celebrato il gol storico di Senad Lulic, ricordandolo a quell’altra tifoseria che si era salutata mesi prima, abbandonandola in preda a una silenziosa disperazione. La partita di domenica - che, ripeto, a fatica assimiliamo a un derby - ha una valenza ulteriore, e a suo modo più cruciale. Si dovrà non solo evitare, come detto, che la Capitale si trasformi per qualche giorno nella proiezione contemporanea della Suburra, ma accertare che, quest’anno come gli anni passati, la nona squadra di Boston possa vincere solo i due scudetti che ogni anno s’appunta al petto: lo scudetto di agosto, nel precampionato, e lo scudetto morale, a fine campionato. Si tratta di un dovere morale, verso la città. In questo caso, il compito pare improbo. La nona squadra di Boston (ah, le altre otto afferiscono a baseball, football, cricket etc.) arriva con i favori del pronostico, uno squadrone invincibile e una mobilitazione cospicua della sua tifoseria. Sulla carta, dunque, hanno già vinto. Anzi, sicuramente vinceranno. A questo punto, oltre ad un’azione di testimonianza, per la gente laziale, in campo e sugli spalti e, prima ancora, nel ritiro nel nido delle Aquile, ci sarà poco da fare. Ma, come si sa, la lazialità si esalta e trova la sua realizzazione proprio nei momenti in cui le imprese appaiono quasi impossibili. Non succede, insomma. Ma se succede.
La nona squadra di Boston è favorita ma fermarla è un nostro dovere
di Angelo Mellone E ricominciamo. Definire derby quello che va in scena domenica pomeriggio è un’esagerazione per svariate ragioni. Come è noto, il 26 maggio 2013 ha stabilito - se mai ce ne fosse...