Se decidi di passare la tua vita all'interno di una monoposto di Formula Uno devi avere ben chiaro cosa vuol dire velocità, rischio, pericolo e avere quindi un rapporto molto particolare con la morte. Se poi ti chiami Michael Schumacher, probabilmente il più grande pilota della storia della Formula Uno (sicuramente di quella contemporanea, forse di tutti i tempi: ma qui si potrebbe aprire un lungo dibattito), con la fortuna o la sfiga - dipende dai punti di vista - devi avere un approccio particolare: molto particolare. Eppure in oltre vent'anni di onorata carriera, con sette titoli mondiali vinti cinque dei quali consecutivi e a bordo di una Ferrari e una serie impressionante di record stracciati, Schumi non aveva mai veramente rischiato la vita: ci era passato vicino molte volte, consapevole del rischio, ma sempre capace di uscire a testa alta dalla sfida più audace di una carriera intera: quella con la morte appunto. Nel mondo della Formula Uno in molti sono convinti che lo schianto di Imola che costò la vita a Senna, altro fenomeno indiscusso di questo sport meraviglioso, fu causato proprio dalla pressione che, l'allora giovanissimo talento emergente Michael Schumacher, aveva messo al talento brasiliano. Perché quando c'era da buttar giù il pedale il tedesco di Kerpen non era secondo a nessuno. Ed è stata forse proprio questa consapevolezza, questa sicurezza all'interno del rischio stesso, lo hanno portato oltre le proprie possibilità su un'altra pista: quella da sci. Stessi concetti, stesse sensazioni, ma letture diverse di un pericolo che sembra minore solo per chi è abituato a fare le cose . Ma quando ti chiami Michael Schumacher sei tale anche con un paio di sci ai piedi. Purtroppo la cronaca riporta alla mente molti episodi simili, storie di fenomeni del brivido, del rischio, che hanno «sbattuto» contro la vita dopo aver terminato la carriera. Magari per gioco, oppure tornando quasi senza consapevolezza al passato per confrontarsi con qualcosa che non c'è più. L'ultimo Doriano Romboni morto su una pista di periferia «giocando» con una motard assieme a un gruppo di amici, tutti piloti, tutti contagiati dallo stesso virus. Aveva corso sui tracciati più insidiosi del pianeta, battagliato contro i grandi delle due ruote: ne era uscito da eroe ma è inciampato su un tornantino da 40 km/h e li è rimasto... Per sempre. Forse non tutti ricordano che Schumi, durante l'intervallo tra il primo e il secondo ritiro, nell'arco temporale tra il 2006 e il 2009 aveva cercato quella stessa adrenalina in sella a una moto da competizione. La velocità, ma soprattutto la qualità al cronometro non erano chiaramente le stesse della F1, ma la scarica emotiva che il tedesco andava cercando era sempre quella. La voglia di mettersi alla prova, di primeggiare e metter dietro qualcuno su uno squarcio di asfalto qualunque essa sia: moto, auto, bicicletta (altra sua passione)... cambia poco, quello che conta è correre. E vincere. Gli addetti ai lavori lo ricordano al meeting di Madonna di Campiglio, abituale appuntamento che da un ventennio presenta la stagione della F1 Ferrari, darsele di santa ragione con chiunque in sella a uno motoslitta sul tracciato improvvisato al centro del Paese. Un matto, di quelli nati per correre, geneticamente strutturato per le competizioni: questo è Michael Schumacher. Prendere o lasciare.
Tradito dal suo amore per la velocità
In vent’anni di carriera è sempre uscito da eroe dai pochi incidenti avuti. Stavolta è inciampato su un tornantino di una pista da sci a 40 km all’ora
