Sessant'anni. Mancarono le scene isteriche e i drammi personali e collettivi scatenatisi all'indomani della sconfitta che il Brasile aveva subito tre anni prima contro l'Uruguay: in duecentomila al Maracanã di Rio, il 16 luglio del 1950, per la finalissima della quarta edizione della Coppa del mondo di calcio, il gol iniziale propiziatorio di Ademir Marques de Menezes e le due perfide pugnalate di Alcides Ghiggia e di Juan Alberto Schiaffino del definitivo 2-1 che impose il lutto ai giornali brasiliani. Eppure, nel 1953, allo stadio londinese di Wembley, privo delle teatralità sudamericane, per un popolo calcistico raccolto attorno alle insegne snobistiche del primo nucleo organizzativo ufficiale istituito un secolo prima nella Freemason's Tavern di Queen Street e regolamentato nel 1858 dalla Public School di Harrow, il trauma fu egualmente forte. Si giocava Inghilterra-Ungheria, regnante da un anno la ventisettenne Elisabetta II con primo ministro un Winston Churchill pronto a raccogliere di lì a qualche giorno, preferito ad Ernest Hemingway e a Graham Greene, il premio Nobel della letteratura. Era il 25 novembre 1953, i padroni di casa imbattuti sul loro territorio da novanta anni, da poco rientrati nel consesso della Coppa del mondo con un esito peraltro umiliante, sconfitti da un'anonima formazione degli Stati Uniti con uno 0 a 1 che nel 1950 lasciò stupefatti i presenti allo stadio di Belo Horizonte, e interdetta la stampa transoceanica, all'annuncio di un risultato talmente fantasioso da essere interpretato dai più come un refuso delle telescriventi internazionali. Tre anni erano stati sufficienti, oltre Manica, per ingoiare, almeno parzialmente, la disfatta patita ad opera di undici apprendisti del gioco da loro inventato, mai presagendo che tra le mura di casa sarebbe accaduto di peggio, molto di peggio. Gli ungheresi opposti agli inglesi erano in pratica gli stessi che nel 1952, travolgendo sul loro cammino anche la squadra italiana, avevano largamente dominato il torneo olimpico di Helsinki, con un undici costruito sulla struttura organizzativa della Honvéd, squadra dell'Esercito, del tutto privilegiata in una società soffocata da economie compromesse e dal tallone stalinista. E qualche mese prima dello storico confronto di Wembley la stessa compagine in maglia rossa, rifilando tre reti all'Italia, aveva rovinato l'inaugurazione dello stadio Olimpico di Roma. Con anni di anticipo rispetto alla rivoluzione calcistica realizzata dall'Aiax e dalla nazionale olandese guidate in campo dal «tulipano volante» Johan Cruijff, l'Ungheria della prima metà degli anni Cinquanta era squadra del cosiddetto «calcio totale». Come in Italia Valentino Mazzola nel Torino o Alfredo Di Stefano nel River Plate argentino, con impressionante sistematicità Ferenc Puskas, József Bozsic, Sándor Kocsis, Nándor Hidegkuti e compagni erano capaci di spaziare in ogni zona del campo passando velocemente dal fronte difensivo a quello d'attacco e viceversa, con improvvisi scambi di ruolo e pressing inarrestabili, rendendo goffo ed anoressico ogni tentativo di reazione degli avversari, quali essi fossero. Il colossale serbatoio di documenti e di immagini costituito da Internet, nell'opaco bianco e nero vecchio di sessanta anni, ci permette di recuperare momenti salienti di quell'incontro. La partita visse di storia breve. Neanche un minuto di gioco, e Hidegkuti firmò con un tiro in diagonale la prima delle sue tre realizzazioni. Bozsik, con due, e Puskas, fecero il resto, archiviando il punteggio finale a 6-3 con un esito non negoziabile e spedendo negli spogliatoi al fischio dell'olandese Leo Horn un'Inghilterra polverosa e frastornata, con l'onore delle armi riservato ai firmatari delle tre reti, Jackie Sewell, Stanley Mortensen e Alf Ramsey, futuro commissario tecnico in 113 partite della nazionale, e con torrenti di birra e di whisky pronti tra Soho e l'East End rimasti invenduti. Chi uscì peggio dall'infausto pomeriggio, in una selezione costruita dall'ex pilota della RAF Walter Winterbottom, passata in novanta minuti dalla cattedra al novero delle comparse, furono il centromediano e capitano Billy Wright, che avrebbe più avanti chiuso la carriera senza alcuna ammonizione, e tanto meno espulsioni, nelle 646 partite giocate nel Wolverhampton Wanderers e in nazionale, e Stanley Matthews, trentottenne ala sinistra, leggenda locale, primo Sir nella lunga storia sportiva dell'isola britannica e primo «pallone d'oro» nell'anno istitutivo del premio ideato oltralpe nel 1956 dalla rivista France Football. Tutti insieme manomessi dalla macchina bellica magiara sospinta da József Bozsik e dal colonnello della Honvéd Ferenc Puskas, avendo come ariete Nándor Hidegkuti.
Novembre 1953: a Wembley crolla un mito
La nazionale ungherese umilia l'Inghilterra cancellandone l'imbattibilità casalinga da 90 anni
