Giocare a pallone nei vicoli e poi ritrovarsi all'Olimpico, il sogno di ogni bambino. Ma i sogni talvolta diventano incubi. È la storia di Maurizio Schillaci, cugino di Totò. Le «Notti Magiche» inseguendo un gol non erano le sue e non lo sono nemmeno ora, Maurizio adesso dorme sui treni fermi alla stazione, è diventato un clochard. Da ragazzo era un talento, l'esordio a Palermo da trequartista, poi Zeman. Il boemo stravedeva per lui e lo volle al Licata «Ogni tanto lo intravedo - racconta Maurizio in una toccante intervista a siciliainformazioni.com -. Lui impazziva per me. Un grande in campo e fuori». Con Zdengo 66 presenze e 22 gol. «Era un momento di grazia. Il mio miglior calcio l'ho giocato con lui». Quello che per tutti «era più forte di Totò» ebbe la sua grande occasione con la Lazio nella serie cadetta: «Vivevo nel lusso, avevo un contratto di 500 milioni per 4 anni, ho cambiato 38 automobili». Ma qualcosa non va. «Giocavo poco, mi chiamavano il "malato immaginario", ero spesso in infermeria e non si capiva il perchè». Da lì cominciò il declino. «Vado in prestito al Messina dove incontro mio cugino Totò. Avevo un tendine bucato, se ne sono accorti lì, mi hanno curato, ma ormai la mia carriera era volata via». Ma l'infortunio è solo l'inizio del baratro. «Arrivo alla Juve Stabia, ormai ho 33 anni e conosco prima la cocaina e poi l'eroina. Intanto con mia moglie è divorzio». Il pupillo di Zeman adesso è un barbone. «L'eroina per me non esiste più. Ho toccato il fondo ma voglio risalire. Ogni tanto guardo i bambini giocare in mezzo alla strada, mi piacerebbe dare un calcio a quel pallone...».
Da bomber a barbone
Francesca Schito Giocare a pallone nei vicoli e poi ritrovarsi all'Olimpico, il sogno di ogni bambino. Ma i sogni talvolta diventano incubi. È la storia di Maurizio Schillaci, cugino di Totò. Le...
