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L’arca di Garcia

Il tecnico francese collante di una squadra multietnica. Giocatori provenienti da dodici Paesi e plurireligiosi

Roma caput mundi. Di storia, linguaggi e culture. Non poteva essere diversamente anche all'interno dei cancelli di Trigoria, dove a partire dai più alti quadri dirigenziali lingue e tradizioni si fondono nel nuovo «melting pot» giallorosso. Proprietà americana, allenatore francese e gli ultimi simboli di romanità uniti insieme nell'obbiettivo comune di dare seguito allo splendido lavoro visto in questo primo scorcio di stagione. L'esercizio di rendere più facile la comprensione all'interno del quartier generale giallorosso è ormai diventata un'abitudine, come quella di avvalersi sul posto e quotidianamente di un traduttore che facilita la coesione del gruppo sul campo e rende più fruibile lo svolgimento delle conferenze stampa. Un compito arduo, sicuramente supportato dai risultati di una squadra composta da giocatori provenienti da 12 paesi sparsi in giro per il globo. Le colonie romaniste partono dagli Stati Uniti (Bradley), passano per il Brasile e l'Argentina (Burdisso, Castan, Maicon, Dodò, Taddei, Marquinho, Julio Sergio) attraversano l'oceano fino all'Europa (Strootman, Torosidis,Pjanic, Jedvaj, Ljajic, Lobont, Skorupsky) fino a toccare una punta di Africa (Benatia, Gervinho). L'unità di intenti e l'esperienza dei nuovi protagonisti arrivati in estate hanno permesso un'integrazione più veloce nel processo di costruzione della terza Roma americana. Se Strootman ha iniziato da tempo a capire e a sorridere durante le battute italiane di Totti e De Rossi, capita a volte di imbattersi in un mix multietnico di linguaggi. Gervinho, Bradley e Torosidis provano con l'inglese, i brasiliani si arrabbiano in portoghese mentre Garcia (che si è dato l'obbligo di parlare soltanto in italiano quando lavora al 'Bernardini') viene ogni tanto sopraffatto da qualche termine francese e spagnolo da condividere con Pjanic (il vero poliglotta del gruppo), Benatia e l'argentino Burdisso. Niente di nuovo per chi, nelle esperienze passate, ha deciso di lasciare casa e addirittura cambiare continente. Un'unità calcistica più forte dei ricorsi storici che hanno attraversato le vite di Pjanic, Ljajic e Jedvaj, separati dai confini di Bosnia, Serbia e Croazia, ma inseparabili nella vita privata. Ragazzi fieri delle loro tradizioni e orgogliosi di onorare le chiamate dalle rispettive nazionali, che condividono però la vita comune di uno spogliatoio. A Trigoria infatti, la fede religiosa viene espressa o praticata nell'assoluto rispetto reciproco. Radicato il credo cattolico all'interno del gruppo sudamericano (soprattutto tra i brasiliani) così come quello musulmano di Benatia, un aspetto personale su cui il difensore franco marocchino si era già espresso mesi fa: «È una cosa mia, per me le basi sono rispetto per tutti e pace». Un aspetto che a Trigoria viene condiviso in primis da Garcia, il simbolo della rinascita romanista riuscito a rendere la propria idea di calcio un linguaggio universale tra tutti i suoi ragazzi. Proprio ieri il tecnico transalpino in un'intervista al Tg1 ha spiegato alcuni segreti del rapporto creato con la squadra i tifosi: «Per il rispetto di quelli italiani, quando uno arriva in un paese che ti ospita, credo sia importante imparare velocemente la lingua. Roma la conoscevo, è una città meravigliosa e quello che ho capito adesso è che qui si mangia e si vive di calcio. Nella mia filosofia il collettivo viene prima di tutto, mi dà fastidio quando qualcuno parla male di un mio giocatore. Anche perché più che un club, noi siamo una famiglia».

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