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Il pugno chiuso di Smith contro il razzismo

di Augusto Frasca Olimpiade del 1968, Città del Messico. 16 ottobre, terza corsia dello Stadio Universitario. Un ventiquattrenne del San Jose State College, Tommie Smith, corre in 19.83 i più...

Olimpiade del 1968, Città del Messico. 16 ottobre, terza corsia dello Stadio Universitario. Un ventiquattrenne del San Jose State College, Tommie Smith, corre in 19.83 i più veloci 200 metri nella storia dell'umanità. Ventiquattro ore dopo, sul podio della premiazione, l'atleta di colore affiderà ad un pugno teso al cielo una delle più spettacolari denunce della discriminazione razziale. Smith, settantenne, è oggi a Rieti, accostato alla memoria di Pietro Mennea, l'atleta che undici stagioni dopo le vicende che videro protagonista lo statunitense fu capace, sulla stessa pista, di bloccare i cronometri ad un primato (19.72) che avrebbe resistito diciassette anni. Il 1968 olimpico fu funestato alla vigilia dai massacri degli studenti nella piazza delle Tre Culture, centro vitale della capitale messicana. All'occupazione delle facoltà, nel pomeriggio del 2 ottobre la polizia reagì sparando. Si parlò di 250 morti e di oltre mille feriti. Ma il 12 ottobre, il presidente Gustavo Díaz Ordaz dichiarò aperti i Giochi. Nella denuncia delle discriminazioni razziali, Tommie Smith non fu isolato. Sul podio gli era a fianco, entrambi coccarde nere al petto, piedi scalzi a simboleggiare la miseria, guanti neri a ricordare i lutti dei neri, teste chinate al momento dell'inno nazionale, il connazionale John Carlos, terzo classificato. Si aggiunse, a sostegno, la solidarietà del secondo classificato, Peter Norman, un bianco, un australiano, coccarda nera al petto. Il comportamento di Smith e Carlos era stato preceduto giorni prima da Charlie Greene, terzo classificato sui 100. Fu ripetuto dai tre finalisti dei 400, Evans, James e Freeman. Bob Beamon, realizzatore di un primato nel lungo che stupì il mondo (m 8.90), salì sul podio a piedi scalzi. Su sollecitazione del CIO, i dirigenti statunitensi cacciarono dal villaggio Smith e Carlos. Cinque bianchi, i martellisti Burke ed Hall, il discobolo Carlsen, il siepista Nightingale, e il lottatore Baughman, lasciarono per protesta i Giochi. Per lunghe stagioni, un reinserimento nella società fu per Smith e Carlos tutt'altro che facile. Passarono anni. Infine, nel 2005, nella San Jose University fu eretta una statua raffigurante i due atleti sul podio. L'anno successivo, ai funerali officiati a Melbourne, Tommie e John corsero a sorreggere il drappo a copertura della bara di Peter Norman: «Quello che fece Peter a Città del Messico fu più grande di ogni impresa agonistica».

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