Si chiude con un acuto, quello di Gregorio Paltrinieri nei 1500. Bronzo, splendido. Punto, perché Bcn2013 dimostra che il nuoto italiano è con l'acqua alla gola. Non basta quest’ultima impresa di Gregorio, inaspettata come quella della Divina Pellegrini, per farci ricredere. Cinque medaglie, il bottino azzurro a Barcellona 2013, due nel nuoto, poco, decisamente, anche se meglio del flop dello scorso anno a Londra dove avevamo conquistato solo due medaglie, argento e bronzo, con la pallanuoto maschile e la Grimaldi, con il nuoto finito sott’acqua. Il divario con Shangai 2011 è pesante. In Cina avevamo portato a casa 9 medaglie, cinque in più rispetto a oggi, di cui tre d'oro (nel nuoto 2 d’oro e 3 d’argento). Che succede? Che l'acqua di casa nostra non è più azzurra e sempre meno chiara. Non sembra esserci un gioco di squadra, aggrappati più che altro alle imprese dei singoli, a una Pellegrini che da sola non può cantare e portare la croce o all’estemporaneità di Paltrinieri. Avrà pure mille difetti la Divina Federica, ma è l'unica con in testa un progetto. Il suo tecnico, Lucas, è uno scorbutico antipatico di prima categoria, ma con carattere e una visione a 360°. Proprio Lucas aveva deciso che quella di Fede sarebbe stata una stagione di transizione, morbida. Se Fede lo ha scelto, probabilmente è perché s'è guardata intorno e ha visto il vuoto. In casa Fin si guarda al futuro ma non si investe sulle nuove leve. Le facce sono sempre le stesse, mai un volto nuovo. Alla fine a pagare sono solo gli atleti, quelli che sudano, lavorano e che invece meritano solo rispetto. Dice un vecchio adagio che se non impari nulla da una sconfitta significa che ne meriti un'altra. Appunto. Londra e Barcellona, le due facce del flop del nuoto. Mancano atleti e tecnici che sappiano dare concretezza al movimento. Campagna nella pallanuoto è un ottimo tecnico, Giorgio Cagnotto fa parlare i risultati, ma il nuoto è da rifare. Basta parlare di progetti che sembrano il refrain del ponte sullo Stretto. In Federnuoto c’è bisogno di forze nuove. Non si può partire per un Mondiale senza obiettivi importanti fermo restando la speranza in Dio. Materializzata da una Fede oltre la quale c’è solo il buio. Forse il cambiare troppo spesso allenatori da parte della Pellegrini, visto oggi, deve avere un senso, quello di un nulla prodotto dal materiale tecnico a disposizione. Difficile il dopo-Castagnetti. Mancano gli atleti ma soprattutto i tecnici, con i dirigenti incapaci di dare una svolta alle negatività. Il campanello d’allarme era suonato a Londra. Lì bisognava intervenire. A volte non sono solo le medaglie vinte a confortare una spedizione. Bisogna saper leggere tra le onde delle corsie i miglioramenti fatti da ogni singolo atleta per capire dove stiamo andando. Ci aspettavamo molto da Scozzoli e Dotto ma hanno fallito, senza dimenticare il flop di Magnini, ma prima di loro chi li ha allenati. Londra e Barcellona dicono che siamo con l’acqua alla gola, come un malato che vuole sopravvivere ma non cerca la cura. Non si cambia pur di mantenere il posto, quasi una rincorsa al longevo record di Sir Alex Ferguson, una vita sulla panchina dello United. Ma almeno lui vinceva. Qui invece non si investe più e si vince ancora meno. Per questo serve una cura. Radicale, per ritornare quelli di una volta.
Paltrinieri non salva l’Italia
Mondiali di Barcellona Chiusura in rosso per il nuoto azzurro Troppe delusioni nonostante Federica e il bronzo finale di Gregorio
